L’atto libero della scelta: Kierkegaard

Dio garantisce una fase di ripresa al credente, il quale predispone al miglioramento il proprio sé interiore, cavalcando una più resistente forza di volontà e gioia di vivere

Settembre. Mese di carburazione dopo il caldo intenso della stagione estiva; primi giubbotti alla mano, un nostalgico saluto alle acque che bagnano la costa pugliese e si riparte con gli impegni che ci eravamo lasciati alle spalle in precedenza.

La rubrica filosofica, ritorna alla ribalta affrontando un tema che tocca ogni singolo individuo nella sua vita quotidiana: la scelta.

Nella definizione stessa di uomo, oltre l’enunciazione classica di “animale razionale”, è intrinseca l’espressione di “essere libero”. Un uomo privo di questa sua intima natura si tramuterebbe in un animale in grado di avvalersi unicamente del proprio istinto, o in un automa capace di rispondere a comandi preimpostati, privi di emozioni.

La libertà di parlare, di agire in un determinato modo, di indirizzare i propri sforzi verso una meta prefissata, ma soprattutto la libertà di scegliere. Una scelta ben ponderata e ragionata oppure sofferta, una scelta frivola o fondamentale; la vita di ogni uomo è costernata da scelte e nessuno dovrebbe impedirci di esercitare la nostra libertà, di essere “uomini” a tutti gli effetti.

Il filosofo danese Søren Kierkegaard (1813-1855), in una delle sue opere maggiori, Aut-aut, rappresenta la vita umana come l’atto stesso di prendere decisioni. L’esistenza è mera possibilità, capacità di poter scegliere la strada soggettivamente più opportuna.

Il pensatore designò tre stadi per spiegare e descrivere al meglio questa condizione umana. Il primo, rappresentato dal famoso Don Giovanni, è quello estetico, che delinea il profilo di una scelta indirizzata al piacere e al benessere personale. Una vita che non si sofferma su nulla, volta solo a cogliere il presente, conduce inevitabilmente alla disperazione: il presente è un attimo fugace, dal passato si riversa al futuro senza lasciare tracce (vedi art. precedente sul tempo). Questa esistenza, focalizzatasi sul “momentaneo”, non può far altro che sgretolarsi.

Una scintilla potrebbe innescare un meccanismo di ricerca interiore circa il motivo che conduce verso uno stile di vita volubile e mondano: conscio della disperazione e perdendo ogni certezza, il Don Giovanni cerca riparo nella vita etica. Dalla leggerezza e dalla fugacità precedente, l’uomo in questo secondo stadio, rappresentato dalla figura del consigliere Guglielmo, opta per dei valori concreti come la famiglia, il lavoro, il rispetto delle leggi ecc. Affinché perpetri queste virtù, è costretto a compiere dei sacrifici, atti volontari che col tempo potrebbero suscitargli un senso di angoscia: l’uomo, non essendo un essere perfetto, non sopporterebbe a lungo il peso di questa “malattia mortale”. La sua esistenza diventa così invivibile.

Questo conflitto interiore, porta alla riscoperta di uno slancio vitale, nascosto nei meandri dell’animo e capace di far riaffiorare quell’antico desiderio di vivere. Questa voglia spropositata, senza l’aiuto di un’entità superiore, non riuscirebbe a emergere. Il terzo stadio kierkegaardiano è incentrato appunto sul concetto di fede rappresentato da uno dei personaggi biblici più influenti, come Abramo.

L’essere umano qui si abbandona nelle braccia divine, le sole in grado di riportare l’animo errante sulla retta via. Dio garantisce una fase di ripresa al credente, il quale predispone al miglioramento il proprio sé interiore, cavalcando una più resistente forza di volontà e gioia di vivere.