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Definire il Tempo partendo da Aristotele

Per poter risolvere l’enigma suddetto dovremmo rivolgerci a colei, che misura: l’anima

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L’uomo, inserito nell’ambiente quotidiano, utilizza quasi sempre proposizioni temporali: “ora sono a lavoro”; “ci sentiamo dopo le 18”; “è passato tanto tempo”. Di queste affermazioni difficilmente carpiamo la natura filosofica soffermandoci unicamente sull’aspetto utilitaristico/abituale.

Il primo grande filosofo che si è posto il problema di definire il tempo affinché si cogliesse un significato completo della natura e del mondo circostante è stato Aristotele, precisamente nel IV Libro della Fisica.

Egli inizialmente ritiene l’esistenza del tempo indecifrabile: come si potrebbe definire qualcosa di perennemente fuggevole, di cui  "una parte è stata e non è più, una parte sta per essere e non è ancora"?. Neanche l’istante stesso, che potrebbe sembrarci inizialmente l’unico punto fermo in questo scorrere continuo, funge da unità di misura del tempo, dato che pur sommando tanti istanti non riusciremmo comunque a formare la totalità del tempo.

Di questo istante siamo in grado solo di affermare che necessariamente deve trapassare, affinché possa esistere il passato, e che non possa esistere simultaneamente con altri istanti; o né tanto meno possa rimanere sempre il medesimo: in tal caso vivremmo in un perenne presente.

Il filosofo greco, procedendo nella dimostrazione, confuta l’ipotesi che il tempo possa coincidere con il movimento dell’universo: il tempo è semplicemente una parte del movimento. Ecco, una luce folgora i pensieri macchinosi dello Stagirita: il tempo pur non coincidendo con il movimento, ha sicuramente a che fare con esso e con il cambiamento.

Con l’esperienza quotidiana constatiamo che attraverso il tempo determiniamo la velocità dei movimenti delle cose da un punto A ad un punto B: "è veloce ciò che si muove molto in breve tempo, lento è ciò che si muove poco in molto tempo". Il tempo stesso però non è determinato dalla sua essenza quantitativa né qualitativa dunque non può essere movimento.

D’altra parte se percepiamo il tempo solo nel cambiamento o nel movimento allora se ne deduce che non esisterebbe senza di essi: sarà questo il punto di partenza, secondo Aristotele, per stabilire una corretta definizione di tempo.

Tutto ciò porta ad affermare che il movimento può essere misurato secondo il prima e il dopo: "Questo, in realtà, è il tempo: il numero del movimento secondo il prima e secondo il poi". Il tempo è un numero, è la misura del passaggio dalla potenza all’atto, attraverso le istanze temporali del passato e del futuro.

Arrivati a questo punto potremmo definire anche l’essenza dell’istante che precedentemente appariva in modo vacuo: il tempo è il numero dello spostamento di un oggetto da un punto di partenza ad un punto di arrivo, mentre l’istante è proprio l’unità di misura del tempo, ed essi possono solo coesistere: non è pensabile l’esistenza di uno senza l’altro.

Ma torniamo al punto di partenza: il futuro non esiste perché non è ancora e questo ci pone innanzi un grosso problema: anche il presente non appena si “rende presente”, non appena “è”, immediatamente fugge nel passato; l’ora dunque consisterebbe proprio nel trapasso della soglia in cui il futuro si consuma e diventa passato.

Pertanto dovremmo prendere in considerazione il tempo non solo come misurazione cronometrica ma anche e soprattutto come modo in cui noi viviamo il movimento misurandolo: per poter risolvere l’enigma suddetto dovremmo rivolgerci a colei, che misura: l’anima. E questo lo vedremo nel prossimo articolo.

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