La necropoli bitontina e i suoi tesori nascosti

356 beni archeologici persi nel consiglio comunale del 1890

I vari reperti e le testimonianze della presenza di popoli antichi nel nostro territorio sono stati a lungo misconosciuti e sottovalutati per tutto il medioevo, fino a giungere all’epoca del Rinascimento, tra il XV e il XVI secolo, quando si assiste alla riscoperta dell’antico e al sorgere di palazzi, vedi il Vulpano-Sylos, in cui la rievocazione dell’epoca classica raggiunge la massima espressione artistica.
Bisogna giungere, però, al 1700, all’Illuminismo, per dare un senso storico e critico ai reperti archeologici, contestualizzandoli nel territorio di provenienza, come fonti della storia locale. Nel testamento redatto dal Vescovo Cornelio Musso (1544-1574), nell’elenco dei beni si trovano due casse inchiodate con molti vasi grandi e piccoli di più sorte et antichissimi di terra greca dipinti di nero e di rosso di varie pitture con alcuni rotti.  Non si va, dunque, più in là della constatazione di beni di un certo valore.  Ancora oggi vi è chi, di fronte ad un’opera d’arte, si esprime chiedendo il suo valore e non il significato. A volte anche un coccio (v. quelli micenei) in ragione della loro collocazione topografica può dirci molto sull’antropizzazione del territorio. Significativo è, invece, l’emblema araldico datosi dal Sedile dei Nobili, o di Sant’Anna: Atena galeata con la spiga, ossia la moneta più rappresentativa di Bitonto, il più aulico documento evocato dal Rogadeo per dimostrare l’antichità della patria, l’autonomia comunale e il lignaggio del Seggio di Sant’Anna (non dimentichiamo che Virgilio scrisse l’Eneide per dare degli illustri natali a Roma, già nel I sec. a.C.!).  Pioniere della storiografia e archeologia pugliese, personaggio tutto da studiare, è il bitontino Giovan Battista Dello Jacono, autore della “Memoria della battaglia del 25 maggio 1734”. Il Dello Jacono fu anche appassionato archeologo e nella Biblioteca nazionale di Napoli vi sono delle note manoscritte che dimostrano come Francesco Maria Patrilli, nel descrivere la Via Traiana, puntuale nei particolari, sia stato impreciso nella individuazione dei luoghi denunciando una conoscenza di seconda mano dei luoghi citati.  Dai manoscritti si rileva, invece, che il Dello Jacono ebbe a riconoscere strutture stradali e miliari con estrema precisione. Altro personaggio meritevole di menzione è Domenico Martucci, uomo di grande cultura, del quale rimangono ancora inediti i suoi manoscritti e, in particolare, il dotto studio “Antiquitates Butuntinae” (1838). Si deve al Martucci il riconoscimento, tra i materiali di reimpiego della cripta della Cattedrale di Bitonto, dei fusti di colonne tardo-antiche (ritenuti del tempio di Minerva), nonché la individuazione del pomerio (il Campo di San Leone, attuale Villa Comunale).  A fronte della passione di questi studiosi si contrappone l’assoluta ignoranza dei reggitori della città, alcuni dei quali, per captatio benevolentiae, arrivano sinanche a donare vasi di gran pregio all’ambasciatore inglese di Napoli Sir H. Hamilton, grande amatore e raccoglitore di antichità, poi refluiti al Museo Britannico.  Una vera e propria incetta di cose bitontine si verificò per tutto l’ottocento da parte di appassionati forestieri, come gli Jatta, i Fenicia, i Martinelli. Si enuclearono le grandi raccolte che ora sono il vanto della Puglia (Museo Jatta, Raccolta museale Meo Evoli in quel di Cozze a Monopoli).  Grandi benemeriti della città furono, sullo scorcio dell’Ottocento, il primicerio canonico Giuseppe Comes e l’avvocato Vito Fione, il primo dotto studioso di archeologia, il secondo, assurgendo alla cosa pubblica come sindaco, predilesse l’ornamento della patria con una Pubblica Biblioteca Comunale e con l’allocazione, nelle stanze del Municipio, di ben 356 pezzi fittili provenienti dalla zona di ampliamento del Cimitero di Bitonto. Questi pezzi, tutti rigorosamente catalogati dal primicerio canonico Giuseppe Comes e controfirmati dal sindaco Fione, furono collocati e degnamente esposti in sette scaffali nella stanza del Segretario Comunale. L’anno successivo, però si rinnovò l’Amministrazione Comunale e, appena insediatasi, il 3.3.1890 giunse una lettera del Presidente della Provincia con la quale si chiedeva la cessione al Museo Provinciale dei vasi ricavati dagli scavi ai terreni comunali … con la promessa di collocarli in sezione distinta che additerebbe la provenienza di Bitonto.  Di questo se ne discusse nella tornata del Consiglio Comunale del 17 marzo 1890. E fu deliberata la cessione, con il voto contrario dell’ex sindaco Fione e dei consiglieri Damascelli, Dragone, Luiso, Losito. Dopo pochissimi giorni, nelle giornate dell’1 e 2 aprile il prezioso materiale fu consegnato alla Provincia.  Perdeva così Bitonto la bella collezione che poteva essere il vanto di una città. Della raccolta ci rimane il manoscritto del Comes: Vasi greci e romani estratti ilo 1889 dalla Necropoli Bitontina posta lungo la Via Traiana.  Successivamente il Museo provinciale cedè in comodato allo Stato il patrimonio archeologico e nacque così presso l’Ateneo barese il Museo Archeologico dipendente dalla Soprintendenza di Taranto.  Allo stato attuale, essendo venute meno le condizioni per la cessione della raccolta bitontina, risalente al 1889, prima delle leggi statali in materia (1902-1939), si potrebbe benissimo rivendicarne la restituzione.
N.B. Gran parte di queste note sono state riprese dal I Vol. Della Collana “La  storia di Bitonto narrata e illustrata, di A. Castellano e M. Muschitiello, Ed. Raffaello