L'Unitalsi di Bitonto dona 300 gambali al "Miulli". La dottoressa: "Il bene dev'essere più contagioso del virus"

La bitontina rianimatrice che lavora nell'ospedale Covid: "Abbiamo tanta paura, viviamo di solitudine, ma proviamo a trasformare la paura in coraggio e speranza"

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Meno un grado fuori, la pioggia battente e alla fine del turno un pacco. Siamo all’ospedale “Miulli” di Acquaviva -  tra le 9 strutture Covid in Puglia - dove una dottoressa rianimatrice bitontina, alla fine del suo turno di lavoro (infinito ed estenuante, come per moltissimi altri medici pugliesi), ha trovato un piccolo regalo.

Mi sono sentita come quando, da piccola, scartavo i regali sotto l’albero – ci racconta emozionata al telefono -. C’erano i gambali da indossare sotto le tute di protezione, cuciti in poche ore da donne che sono tornate a lavoro per dare il loro contributo in questo momento drammatico di emergenza e di carenza di qualsiasi dispositivo di protezione individuale”.

I medici, i direttori sanitari stanno facendo il possibile per noi, ma appena torniamo a casa ansie e paure coinvolgono, inevitabilmente, anche i nostri cari – ci dice ancora -. Così, parlando con mia madre, condividendo la situazione che stiamo vivendo, ha pensato di fare un piccolo giro di telefonate e così, sono arrivati ben 300 gambali direttamente in ospedale”.

Si è creata una vera e propria catena umana: l’Unitalsi che aveva a disposizione un “tessuto non tessuto”, l’ha donato all’azienda “Punto e Virgola”. Nel giro di 48 ore i gambali erano pronti e sono stati portati ad Acquaviva. Nella catena ci ha messo il collante l’assessore Rino Mangini e anche il Doblò del Comune utilizzato dai volontari dell’Unitalsi per il trasporto.

Abbiamo una paura incredibile di non avere abbastanza dispositivi e finire (come i nostri colleghi del Nord) ad arrangiarci con quel che si trova o di rientrare a casa e contagiare i nostri cari, ci sono molti medici che stanno dormendo in albergo.  Spesso, non ci rendiamo conto nemmeno di ciò che accade fuori: viviamo in un mondo parallelo, non vediamo nemmeno più il telegiornale – confessa la dottoressa -. C’è tanto isolamento psicologico e fisico: ci ritroviamo a sera con le ulcere sul naso e sulle orecchie a furia di essere completamente bardati. L’unica cosa che ci aiuta è l’immensa solidarietà delle persone, le canzoni, i disegni dei bambini, e tutti i gesti piccoli che ci fanno sentire meno soli”.

Ma chi davvero è solo, sono i pazienti ricoverati: “Già – sospira e fa qualche istante di silenzio -. Sono soli, senza i propri cari che possono andare a fargli visita e i loro unici contatti sono i medici. Dei medici vestiti da alieni, di cui si riconoscono a malapena gli occhi, ma che provano a trasformare la loro paura in coraggio e speranza”.

Il bene dev’essere più contagioso di questo virus” – ci dice ancora la nostra concittadina, mentre le auguriamo la buonanotte -. “Voglio che resti questo messaggio alla fine di questi lunghi ed infiniti giorni”.