"Bitonto come Scampia". Alla sbarra, i 50 affiliati al presunto clan Conte scelgono il rito abbreviato

Nella prima udienza, nessuno, compreso il Comune di Bitonto, si è costituito parte civile. Ma c'è tempo sino al 3 novembre

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Sono 50 gli imputati del clan Conte finiti alla sbarra dopo l'operazione “Market Drugs”.

Dinanzi al gup Susanna De Felice, capi, vedette e spacciatori, operanti nella zona 167 di Bitonto, hanno deciso di essere processati con rito abbreviato. Il pm antimafia Ettore Cardinali ne discuterà le posizioni a dicembre, concludendo con la requisitoria.

Nella prima udienza, nessuna delle parti giudicate offese dalla Procura si è costituita parte civile. Tra queste spicca anche il Comune di Bitonto. Ma c'è ancora tempo per farlo: il termine è fissato al 3 novembre, data in cui sarebbe fissata la prossima udienza interlocutoria.

Agli imputati, tra cui figura anche il presunto boss Domenico Conte, sono contestati, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico e alla illecita commercializzazione di sostanza stupefacente, aggravata dal metodo mafioso.

Il sistema, scoperto a febbraio grazie all'inchiesta condotta dalla Squadra Mobile, portò Bitonto ad essere paragonata a “Scampia”. “Una dimensione fortificata con tutta una serie di iniziative, anche tecnologiche, per cui il capo, da casa sua, controllava l’operato dei suoi” commentò infatti il prefetto Francesco Messina, Direttore Centrale Anticrimine, durante la conferenza convocata a Bari.

Parole che scossero l'opinione pubblica bitontina.

Secondo gli investigatori, il boss “controllava da remoto ogni tipo di attività: aveva una vera e propria centrale che gli consentiva, attraverso l’installazione di telecamere di videosorveglianza, di tenere sotto osservazione sia i suoi dipendenti, che l’attività esterna”, compresa quella delle forze dell’ordine: in via Pertini, roccaforte nella zona 167 della città, c’è infatti la caserma dei carabinieri.

Al servizio del clan, vedette in strada, donne che custodivano la droga e il denaro, i pusher - anche minorenni - nelle due piazze controllate dal clan, il centro storico e la periferica zona 167, base logistica dell’organizzazione criminale, con le guardie armate sui tetti, i portoni blindati e la videosorveglianza.

“Personale” di quella che può essere definita quasi “un'azienda”, ricompensato con stipendi dai 500 ai 1500 euro settimanali e regalie.

Il giro d’affari era di 30 mila euro al giorno per circa 40 kg di stupefacenti smerciati tra cocaina, hashish, marijuana e amnesia

Inoltre, si era avviata un’attività “di marketing importantissima – come spiegò Messina -: veniva introdotta droga di grande qualità a prezzi bassi e poi si è stabilito che, se al tossicodipendente, in prossimità delle zone in cui operava la polizia veniva sequestrata la dose, bisognava dargliene un’altra. In questo modo fidelizzava i clienti”. C’erano, dunque, dei controlli di difesa “attiva e passiva, che rendevano difficile l'intervento nella flagranza di reato.