La Riflessione/La solitudine dei fragili e la voglia di fermare il mondo e scendere. E noi che restiamo cosa potevamo fare per loro?

A proposito di un evento tragico accaduto ieri nella nostra città

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Molti, tra i viventi, conducono un’esistenza appartata. Sono uomini e donne miti e particolarmente fragili. Non sgomitano, non cercano i primi posti, non scambiano la vita per un palcoscenico. Alle luci della ribalta preferiscono quelle più soffuse e vere di un giorno che nasce o muore. Ai toni alti del chiasso preferiscono quelli lievi del silenzio. Non fanno rumore ma cercano ascolto. E’ il deposito culturale e antropologico, la perduta eredità, di quella antica borghesia di provincia, che si caratterizzava per sobrietà e misura. Misurata nel rapporto con gli altri e nell’ espressione dei propri sentimenti. Che aveva il pudore dei propri stati d’animo. Non è più di moda. In un tempo in cui sempre più vorticosamente gira la fiera delle vanità, con la continua e irresistibile ricerca di prestigio, potere e successo, condita da pettegolezzi, fama e mode non c’è più spazio per uomini e valori che sembrano amaramente “fuori corso”. È tramontata la società del guardarsi in faccia e del parlarsi dal vivo, soverchiata dalla comunicazione a distanza. Anche il concetto di riservatezza è totalmente scolorito dalla forza della trasparenza che ci costringe a diffondere tutto di noi stessi. In questo sciame che, spesso senza scopo e azione, si muove nel mondo digitale, senza legami e senza socialità reale, vi è una solitudine nuova dove sono ristretti i miti e i fragili. La fragilità è annoverata tra le esperienze inutili e antiquate, immature e malate, inconsistenti e destituite di senso, estranee allo spirito di questo tempo. E invece nella fragilità si adombrano sensibilità e delicatezza, gentilezza e dignità. Ecco perché, ogni tanto, i miti e i fragili, decidono di fermare questo mondo e scendere. Portandosi dietro emozioni, speranze, inquietudini, tristezze. E noi che restiamo forse ci chiediamo, con un improvviso e tardivo slancio del cuore, quanti volti non abbiamo saputo vedere, quali voci o silenzi non abbiamo saputo ascoltare. Balbettiamo le parole che non hanno saputo consolare, che non hanno dato speranza al dolore.