Oggi come 60 anni fa. Est e Ovest sono di nuovo divisi

Nei primi anni ’60 anche Bitonto ospitò i missili della Nato puntati verso Mosca

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Con l’aggressione militare russa in Ucraina, ad essere tornata in Europa non è solo la guerra. È anche quel clima da contrapposizione tra Est e Ovest che si pensava finito con il crollo del Muro di Berlino del 1989 e con la disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Sembra essere tornati indietro nel tempo, all’epoca in cui la pace si reggeva sulla costante minaccia nucleare e quando, ai confini del blocco occidentale, la Nato installava i missili Jupiter per difendere gli stati aderenti dalla minaccia russa e rossa. Sebbene non si possano più definire rossi, sono sempre loro, oggi, a contrapporsi all’Occidente: i russi.

Oggi, come 60 anni fa, la presenza di una Nato troppo vicina ai confini della Federazione Russa è stata la scintilla che ha fatto traboccare un vaso fatto di nazionalismo panrusso e di antiche paure, da parte di Mosca, di ritrovarsi alle porte il nemico e le sue armi, fornendo il pretesto per l’invasione dell’Ucraina.

E il nemico che la Russia non voleva alle sue porte è la Nato, lo stesso di 60 anni fa, quando anche Bitonto ospitò i missili Jupiter diretti ad est della cortina di ferro.

Erano gli anni della Guerra Fredda. Anni diversi. Diversissimi. Ma tremendamente simili a quel che oggi stiamo vivendo: la contrapposizione tra Nato e Russia, la paura per la guerra nucleare, più un mero spauracchio utile ad intimidire il nemico, che un pericolo vero e proprio.

Erano i primi anni ’60. Episodi caldi, in quel conflitto che era definito “freddo”, c’erano già stati, se pur periferici. Come era avvenuto tra le due Coree, tra il ’50 e il ‘’53, quando il nord comunista tentò di invadere il sud capitalista, provocando il diretto intervento statunitense. Una tensione che crebbe negli anni immediatamente successivi, raggiungendo il culmine all’inizio del decennio successivo. Fino alla gravissima crisi internazionale, provocata dalla decisione dell’URSS di schierare missili nucleari nella Cuba dell’alleato Fidel Castro. Fu il momento più drammatico di tutta la guerra fredda tra le due superpotenze. La paura di un’escalation che portasse alla guerra nucleare era forte. Soprattutto negli Usa, che, per impedire l’installazione di quei missili a pochi chilometri dalle proprie coste, attuarono un blocco navale dell’isola. Quella crisi coinvolse, in modo ovviamente indiretto, anche la Puglia e Bitonto.

Per capire come, bisogna tornare agli anni ‘50. Nel ’57 l’Unione Sovietica lanciò nello spazio lo Sputnik, primo satellite artificiale a raggiungere lo spazio. La notizia sconvolse gli Usa, che, l’anno successivo lanciarono l’Explorer. A spaventare Washington e i suoi alleati non era solo il primato tecnologico sovietico, ma anche e soprattutto il timore che Mosca avrebbe potuto dotarsi missili a medio raggio, con testate nucleari, da puntare sull’Occidente. Timore che portò i paesi del blocco occidentale a rinforzare i propri armamenti, nel timore di un attacco. E così, in Europa, si ebbe l’installazione di missili armabili con testate nucleari (se pur non è noto se queste ci siano effettivamente mai state), puntati contro Mosca: i cosiddetti missili Jupiter. Ad ospitarli furono la Turchia, con 15 testate custodite in cinque siti attorno alla città di Izmir (l’antica Smirne) e l’Italia, con 30 missili distribuiti in 10 basi militari (tre per ogni base) tra Puglia e Basilicata. Una di queste, la numero 6, si trovava nell’agro al confine tra Altamura e la frazione bitontina di Mariotto, in località Murgia del Ceraso. La principale era a Gioia del Colle. Le altre erano a Mottola, Laterza, Altamura bassa, Gravina, Spinazzola, Acquaviva, Irsina, Matera.

Una corsa agli armamenti che portò anche l’Urss a temere attacchi verso sé stessa e i suoi alleati. A partire da Cuba, che, tra il ’61 e il ’62, fu effettivamente vittima di un tentativo statunitense di porre fine al governo di Castro sull’isola. Gli Stati Uniti vedevano di cattivo occhio l’esistenza di uno stato apertamente filosovietico a breve distanza dalle coste della Florida. E così, applicando la cosiddetta Dottrina Monroe (supremazia statunitense nel continente americano e avversione ad ogni intromissione da parte di potenze estere), il governo di Kennedy e la Cia ingaggiarono alcuni esuli cubani anticastristi, facendoli sbarcare nella Baia dei Porci. L’iniziativa militare si rivelò un completo fallimento, danneggiando l’immagine di Kennedy e rinforzando quella di Castro, che aveva sconfitto l’imperialismo degli Usa. Non solo. Il timore di altri attacchi spinse l’Urss a rinforzare gli armamenti cubani, anche con missili puntati verso il nemico a stelle e strisce.

Si giunse, così, agli avvenimenti del ’63. Il timore di avere missili nucleari puntati sul proprio territorio portò gli Stati Uniti a schierare le proprie navi attorno all’isola. La tensione aumentò pericolosamente. Ma non era intenzione di nessuna delle due superpotenze iniziare un nuovo conflitto mondiale, tantomeno con l’uso di testate nucleari. E così, dopo lunghe trattative, si giunse ad un compromesso che portò i sovietici a smantellare la base cubana, in cambio dello smantellamento delle basi statunitensi in Turchia e in Italia. Fu così che, quello che, ancora oggi, ricordiamo come “campo dei missili” fu smantellato, lasciando ruderi tuttora visibili.

La vicenda generò un clima di mobilitazione che, in Puglia, portò all’organizzazione della prima Marcia della Pace Gravina-Altamura del 1963. Un’iniziativa che si inserì nell’ampio movimento internazionale per la pace, che, dopo lo smantellamento dei missili a raggio intermedio, contribuì alla prima distensione tra Est e Ovest, negli anni Sessanta. Fu promossa da intellettuali baresi riuniti nel Comitato per la Pace e incontratisi alla casa dello scrittore Tommaso Fiore e si tenne il 13 gennaio ’63. Le organizzazioni politiche e sindacali furono invitate a partecipare, ma senza i propri simboli, per far sì che quella manifestazione fosse «sede di tutti i pacifisti», come si legge sul manifesto pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 5 gennaio 1963: «Le popolazioni della Puglia e della Lucania sono chiamate ancora una volta ad esprimere i loro propositi a favore di una politica italiana di pace e di amicizia con tutti i popoli, col partecipare alla Marcia della pace di Altamura. Non abbiamo, noi italiani, problemi di forza da risolvere con alcun Paese, né vicino. Né lontano. L’armamento atomico che si vuole aggiungere alle nostre forze armate è un atto non certo di distensione e di contributo alla pace. Le rampe atomiche sulle colline della Puglia sono un sinistro richiamo di morte e la cosa più saggia e urgente è rimuoverle, attraverso l’impegno del nostro governo che tenda al disimpegno atomico di tutta l’Europa e al disarmo mondiale. Noi pugliesi e lucani non vogliamo rampe di guerra sulle nostre terre; chiediamo industrie di pace».

Quella di Altamura fu una delle prima manifestazioni pacifiste e antimilitariste che, dagli anni ’60, proseguendo lungo il decennio successivo, si diffusero in Italia e non solo. E che pervasero non solo la politica, ma anche la cultura e le varie forme di espressione artistica in ogni dove.