Quale è la verità sulla morte di Aldo Moro? Gero Grassi racconta uno dei più grandi misteri italiani

Dai documenti analizzati da Grassi, emergerebbero anche ombre sul generale Dalla Chiesa

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Chi ha ucciso Aldo Moro? Una domanda che, a 35 anni di distanza dall’omicidio, resta ancora avvolta in non pochi dubbi. Se, infatti, è noto che ad uccidere materialmente il politico democristiano e la sua scorta furono gli uomini delleBrigate Rosse, i dubbi si concentrano su un’altra domanda. Chi si nascondeva dietro le Br? Chi voleva morto Moro? I terroristi di sinistra agirono per conto proprio o furono meri esecutori di piani altrui?
A sollevare questi dubbi e a sollevare molti inquietanti retroscena sull’episodio più grave di quei terribili “anni di piombo” è stato Gero Grassi, vicepresidente dei deputati Pd, intervenuto ieri alla Festa dell’Unità.
“A raccontare la verità ci sono circa 800 mila pagine di carte processuali, scritte durante i cinque processi, le quattro commissioni terrorismo e stragi, la commissione Moro e la commissione P2” introduce Grassi, che proprio nei giorni scorsi ha scritto una lettera al Presidente della Camera Laura Boldrini per lamentare il “preoccupante e incomprensibile rinvio dell'insediamento della Commissione bicamerale d'inchiesta sul caso Moro”.
Il Moro di cui voglio parlare è quello del periodo che va dal 16 marzo al 9 maggio 1978, i 55 giorni di prigionia prima della morte. Una storia di cui giornali, telegiornali e libri di scuola non parlano” continua, mettendo sotto accusa P2, con politici ed esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi segreti coinvolti, l’operazione Gladio, la Cia ed anche il Kgb sovietico, tutti accusati di volere la testa del politico di Maglie. Ed anche la stampa, in particolare Repubblica e il suo fondatore Eugenio Scalfari, che sarebbero stati i principali sostenitori della linea dura, contro ogni trattativa con i terroristi.
A parlare non è Gero Grassi, ma una serie di personaggi di cui l’esponente del Pd riporta le citazioni. Personaggi legati in modo più o meno esplicito a quei tragici fatti: giornalisti, politici, capi della criminalità organizzata. Personaggi come Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di stato degli Stati Uniti durante le presidenze di Richard Nixon e Gerald Ford, noto per le sue intromissioni nella politica interna di altri paesi. Il politico statunitense non avrebbe apprezzato infatti la politica del segretario della Dc.
O come Mario Moretti, terrorista brigatista, coinvolto nel rapimento e nell’omicidio, Mino Pecorelli, giornalista affiliato alla Loggia segreta P2, che pubblicò alcuni documenti inediti sulla vicenda, prima di essere assassinato, Raffaele Cutolo, capo storico della Camorra napoletana.
Niente, stando a quanto raccontato, sarebbe chiaro su quei tragici fatti: dalla dinamica della sparatoria al numero di persone coinvolte, dal luogo della prigionia, in una via dove i servizi segreti avevano più di un appartamento, alla vera identità di Moretti, che avrebbe avuto diversi contatti con agenti segreti e forze dell’ordine. Tanti, inoltre, sarebbero stati i tentativi di depistaggi, come la famosa seduta spiritica a cui avrebbe partecipato anche Romano Prodi, “inventata per coprire le reali fonti delle informazioni giunte alla polizia”.
Grassi racconta quei maledetti 55 giorni anche attraverso le testimonianze della vedova di Moro, che accusò diversi esponenti della politica dell’epoca di non aver minimamente tentato di salvare il marito: da Andreotti a Cossiga. La vedova Moro biasimò anche Enrico Berlinguer, con cui il politico pugliese stava intavolando il compromesso storico. Sarebbe stato molto freddo l’atteggiamento mostrato dal segretario comunista nei confronti della famiglia Moro durante quei due mesi.
Dalle carte esaminate da Grassi emerge, infine, anche qualche ombra sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che avrebbe infiltrato alcuni suoi uomini nelle Br. Uno di essi, da quanto raccontato da Grassi, avrebbe partecipato alla strage di via Fani. Dubbi anche sulla gestione di alcuni documenti, tra cui il memoriale di Moro: "Il generale Dalla Chiesa non è stato ucciso dalla Mafia. E’ stato ucciso perché sapeva troppo sul caso Moro. Non era colluso, ma era semplicemente un servitore dello stato che infiltrò alcuni agenti nelle Br”.