Tutti sono liberi di partecipare alla processione, ma ci è concesso almeno il diritto allo sdegno?

Come se sdegnarsi fosse un peccato, come se provare a ribadire che l'onestà e la legalità sono valori fondamentali di una comunità fosse un tabù

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La sfida che questo gruppo di amici, bitontini prima e giornalisti poi, si è data sin dalla sua costituzione del 2008 (c'erano il sottoscritto e il direttore Sicolo, poi piano piano sono venuti gli altri) è stata innanzitutto quella di risvegliare, attraverso l'informazione, il senso civico delle persone.
Per tanto, troppo tempo nella nostra città la gente ha chinato il capo, voltato la testa dall'altra parte, fatto finta che non succedesse niente.
Come se sdegnarsi fosse un peccato, come se provare a ribadire che l'onestà e la legalità sono valori fondamentali di una comunità fosse un tabù.
A distanza di otto anni, con l'ausilio anche di molti altri giovani, degli altri operatori dell'informazione della città, penso che ci siamo riusciti.
Le zone d'ombra ci sono, ma le crepe sul muro dell'omertà sono ben evidenti e parlare di certi argomenti non è più una novità.
Guardare, per credere, la bufera sulle parole del grande (d'animo e di cuore) Don Vito Piccinonna, che alla vigilia dell'appuntamento dell'anno per la comunità bitontina, la terza domenica di ottobre, festa dei Santi Medici, sulla scia anche dell'operato del suo predecessore Don Ciccio Savino, ha esortato quei cittadini poco inclini al rispetto giornaliero del prossimo e delle leggi ad avviare un serio percorso di redenzione tra le quattro mura domestiche piuttosto che in processione, magari sfilando con ceri giganteschi e pesantissimi.
Non c'era alcun divieto verso chicchessia, come ricamato da qualche mio collega più attento a "like" o visualizzazioni, perché Don Vito è prete d'accoglienza e della condivisione, come dettato dal Vangelo.
E non c'era nessun giudizio in quelle parole, solo la civiltà di un uomo, un parroco, che guarda a tutto il suo gregge, anche alle pecorelle zoppe, auspicando un cambiamento definitivo che gioverebbe all'intera società, l'intera città.
Cambiamento che, veniamo ai conti con la realtà, ancora purtroppo non c'è nell'animo di questa gente. Anzi, aggiungo, non c'è mai stato e non so se mai ci sarà.
Basta guardare i commenti sui social o le stesse interviste rilasciate in questi giorni da qualcuno di loro per capire che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Si passa da "La tradizione non cambierà mai ... ficcatevelo nel cervello anche con tutta la polizia che c'era lo sparo (quello in piazza Caduti del Terrorismo, ndr) lo abbiamo fatto cmq...", a "Questo don cxxx vuole agiustare Bitonto pensassero a adagistarsi loro prima di criticare noi" a parole come "Il prete deve fare solo il prete, altrimenti faccia le valigie e se ne vada".
È evidente, quindi, che l'invito - purtroppo - non è stato colto e temo non sarà mai colto, perché questa gente vede nella manifestazione religiosa il mezzo per rafforzare la propria immagine piuttosto che per redimersi realmente.
Ed ha ragione, in tal senso, una mia amica avvocatessa quando scrive che "La criminalità purtroppo non é mai stata estranea ai contesti sociali, infatti ne trae costantemente la forza dalla rete di rapporti e relazioni che crea attorno al sistema di potere. Succede dalla notte dei tempi, da Catania(sant'Agata), Palermo(Santa Rosalia), Oppido Mamertina in Calabria(Madonna Delle Grazie) e via discorrendo. In genere ci si serve di Dio, dei Santi e della fede per darsi un'identità e  non a caso ieri pur di non trasgredire a quelle regole di territorialità che vigono in piazza Caduti Del Terrorismo, i fuochi sono stati fatti a tutti i costi".
Tutti, anche i malviventi, sono liberi di andare alla processione, ci mancherebbe.
I soliti pallosi intellettuali sono altrettanto liberi di dire che "siamo tutti uguali" o "non siamo nessuno per giudicare".

Ma permettete a me o ad altri cittadini onesti e perbene, la stragrande maggioranza per fortuna tra noi, che non hanno mai torto un capello a nessuno, che non hanno mai rubato una macchina, che non hanno mai tolto il pane agli agricoltori, che non hanno mai spacciato, che non hanno mai rubato in un appartamento, di essere disgustati dalla sfilata di questa gente.
Lo dobbiamo alla nostra coscienza, lo dobbiamo a cittadini come Don Vito, lo dobbiamo al senso civico e alla civiltà che contraddistinguerà sempre la parte sana della città dalla cancrena che tenta per 364 giorni all'anno, tranne forse (ripeto, solo forse...) la domenica dei Santi Medici, di rovinarla.