A spasso con la Storia/La storia che fa ancora paura. Il massacro del giovane fascista Sergio Ramelli

Il 13 marzo 1975 il 18enne è colpito violentemente da un commando appartenente a un gruppo di sinistra extraparlamentare. La colpa? Non pensarla come loro

Questa, come dice il titolo di un libro ad hoc pubblicato qualche anno fa, è una storia che fa ancora paura. Perché? Forse per le modalità con le quali si è consumata. Per le motivazioni che ci sono dietro. Rappresenta una delle pagine più tristi, angoscianti e brutte della storia d’Italia e degli anni di piombo.

Quella di un ragazzo appena 18enne, dalle chiare idee di destra e appartenente alle forze di questa parte politica del Paese, massacrato di botte e quindi ucciso in quanto si era macchiato della “colpa” – purtroppo all’epoca era da ritenersi tale – di aver preso le distanze e quasi criticato tutti gli omicidi e le stragi delle Brigate rosse. E di essere epitato, quindi, come fascista.

Correva l’anno 1975. Periodo storico in cui era attivissima la barbara legge dell’antifascismo militante, e quindi colpire tutti coloro che non manifestassero e professassero idee comuniste.

 

 

Il protagonista in negativo di questo massacro è Sergio Ramelli, giovanotto mai fortunatamente dimenticato da certi ambienti destrorsi e non solo, e oggi più che mai attuale (e purtroppo strumentalizzato, almeno in parte) quando si parla di clima di odio razziale che questo Governo starebbe alimentando nello Stivale.

Chi era questo Sergio? Un ragazzo come tanti della sua età. Tifosissimo dell’Inter, appassionato di calcio, politicamente militante nel Fronte della gioventù. “Aveva maturato le sue idee politiche di destra – ha raccontato la mamma – e non amava la violenza. Non aveva mai fatto male a nessuno, ma era stato ugualmente preso di mira. A scuola gli estremisti di sinistra lo insultavano e lo prendevano a calci”.

Ecco, la scuola per l’appunto. L’Istituto tecnicoMolinaridi Milano. Dove, dopo quella frase nel suo tema ma anche prima, Sergio passava giornate terribili. Subendo un vero e proprio processo popolare che lo ha costretto a trasferirsi in un istituto privato per cercare di trovare pace e tranquillità.

Invano, perché ormai le sue idee e quel suo compito erano, per chi la pensava diversamente da lui, un’onta che non poteva essere cancellata.

Si arriva al 13 marzo 1975. Sergio è aggredito sotto casa da un commando di dieci persone che, muniti di chiave inglese, gli spappolano il cranio e lo lasciano a terra in una pozza di sangue. Ricoverato in ospedale, lotta 48 giorni tra la vita e la morte ma alla fine è quest’ultima a vincere. Il 29 aprile.

Chi erano questi personaggi? Tutta gente che neanche conosceva Sergio, e non l’avevano mai visto prima, tanto che per arrivare a lui si sono serviti di una foto segnaletica. E meglio conosciuta con il nome di “idraulici” proprio per l’arma che usavano. E che studiava medicina. E appartenente al gruppo di “Avanguardia operaia”.

 

 

Per mandarla a processo, ci sono voluti dieci anni, e solo grazie a un gruppo di pentiti che hanno parlato durante una udienza processuale per altri fatti. E, nel gruppo armato facevano parte anche esponenti politici di questo gruppo extraparlamentare di estrema sinistra. Si scoprirà, quindi, che a colpire materialmente Ramelli sono stati Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo.

Quasi tutti i componenti del commando sono stati condannati, sia pur in modo diverso. Costa a 11 anni, Ferrari Bravo a 10 anni e 10 mesi, i restanti a 7 anni. E se gli esecutori materiali hanno scontato alcuni anni di carcere, gli altri hanno usufruito prima di un condono e quindi di pene alternative.