Gennaro Rubino, l’anarchico bitontino che attentò alla vita del re belga Leopoldo II

Dal carcere ai Servizi Segreti durante i primi anni dell’Unità d’Italia, fino all’eclatante gesto che gli costò l’ergastolo

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Fra i tanti personaggi che popolano la storia bitontina ve n’è uno che è balzato agli onori della cronaca internazionale all’inizio del XX secolo. Stiamo parlando di Gennaro Rubino, anarchico vissuto nel periodo travagliato dei primi anni dell’Unità d’Italia. La sua esperienza si inscrive in una fase storica turbolenta, in cui le idee del socialismo e dell’anarchismo esercitavano un fascino magnetico sulle persone.

Tutti questi aspetti colorano l’atmosfera politica della seconda metà dell’800, in Italia così come in Puglia, come dimostrano i molteplici quotidiani che si stampano in quel periodo. È in questa temperie culturale che va letta l’ambigua esperienza dell’anarchico bitontino che attentò alla vita del re belga Leopoldo II. Spirito inquieto e turbolento, ma allo stesso tempo brillante, Gennaro Rubino nacque a Bitonto nel 1859 e dovette affrontare sin da subito le difficoltà della vita: a due anni rimase orfano di madre; nonostante ciò, studiò e trovò lavoro a Bitonto. Non perse tempo a dimostrare la sua insofferenza per le regole: fu condannato a 5 anni di prigione per un articolo comparso su un giornale. Non fu l’unica esperienza in carcere di Rubino, infatti coinvolto nei moti di Milano, dove si era trasferito, nel 1898, finì nuovamente arrestato, per poi arrivare a Londra.

È lì che il nostro anarchico sarebbe entrato a far parte dei Servizi Segreti italiani, con il compito di spiare le organizzazioni socialiste e anarchiche a cui era vicino. Ma la vicenda è controversa: secondo un’altra versione, Rubino avrebbe collaborato con i Servizi semplicemente per trafugare informazioni vitali per anarchici e socialisti. L’ambiguità della sua posizione fu tale che, proprio sulla scorta dello scetticismo che aveva generato la collaborazione con i servizi, avrebbe deciso di uccidere il re belga Leopoldo II, per dimostrare la sua adesione all’anarchismo. La vittima designata non era proprio uno stinco di santo. Anzi, nella gestione del territorio coloniale del Congo, passato sotto la giurisdizione del Belgio, nell’esasperato sfruttamento delle risorse di caucciù aveva massacrato la popolazione della regione, tanto da fare 10 milioni di vittime in 23 anni.

Così il 15 novembre 1902 a Bruxelles Rubino saprò con una revolver tre colpi alla carrozza del re, che sfilava in un corteo di ritorno da una cerimonia religiosa in memoria della moglie di Leopoldo, da poco scomparsa. Ma i tre colpi non raggiunsero la carrozza e non ferirono nessuno. Rubino venne subito individuato e portato via per evitare che la folla inferocita lo linciasse. All’interrogatorio confessò tutto sin da subito. Tuttavia la vicenda presenta degli aspetti controversi: prima si sostenne che furono trovate cartucce non usate nel revolver, poi fu smentito proprio il ritrovamento della pistola.

Tanto che gli anarchici dell’epoca, in seguito al giro di vite di cui furono vittime dopo l’attentato, accusarono Rubino di aver inscenato tutto, sostenuto dai servizi, solo per legittimare le ondate di repressione che vi furono. Nonostante ciò, l’anarchico bitontino fu condannato all’ergastolo. Il sindaco di Bitonto dell’epoca Fione si affrettò a bollare l’atto come una “perversità del vile autore”, cercando di dissociare il nome della città dall’attentatore. L’atto però era ormai stato compiuto e l’anarchico legò indissolubilmente la sua vita alla storia belga.