“Il Nipote di Rameau” di Diderot. L'amore perduto, l'ipocrisia e l'adulazione

Un maestoso Silvio Orlando nell'opera amara del filosofo francese

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“I miei pensieri sono le mie puttane”. 
Lascia scivolare sul palco, come una moneta rotolata per caso fuori da una tasca troppo piena, in realtà vuotissima. 


È questa una delle prime frasi che Silvio Orlando, nei panni del “Nipote di Rameau” di Denis Diderot, ha pronunciato sul palco del Teatro Traetta.

In un singolare dialogo tra il nipote del noto compositore Jean – Philippe Rameu e il filosofo paradigmatico, interpretato da Amerigo Fontani, mette in scena più che un testo di pieno Settecento un pezzo di attualità.

La natura umana è messa alla berlina insieme a vizi e virtù: le teorie filosofiche di Diderot vengono capovolte da un raffinato, quanto grottesco personaggio, che, come un camaleonte si adatta agli interlocutori diventando aulico e spregiudicato, si mostra come un opportunista e parassita della società.


“La virtù oggi raggela
 – commenta il protagonista – e al giorno d’oggi a tutti piace tenere i piedi al caldo”.

La politica è uno dei modi per mantenere il tepore dell’onestà, ed è vista da Orlando come un mediocre mezzo per arricchirsi, comprarsi una buona reputazione.


Il popolo vuole vivere di bugie, prendere col contagocce la verità che non vuol sentire: quello che interessa è strisciare come vermi diventando solo adulatori “lecchini!, lecchini!, lecchini!”.


L’onore, non porta più da nessuna parte.
Così, quando il filosofo, nel Cafè de la Règence, racconta dei buoni valori che insegnerà a sua figlia il buon Orlando risponde: “devi insegnare solo ad essere divertente e civetta”.


A nulla serve nominare politici, filosofi, scrittori per chi vive senza nome, senza un soldo in tasca (“Avere un soldo in più o un giorno di meno da vivere l’essenziale è andare copiosamente al cesso”). 

Tutto è lasciato all’arte dell’allusione, della mimica facciale, dell’abbattimento delle pareti teatrali attraverso il metateatro: gli orologi degli spettatori tornano indietro fino al teatro greco e latino, origine di tanta maestria.


Nei suoi discorsi ci sono le cose che si pensano e mai si potrebbero dire. Il protagonista riesce a ribaltare la visione del bene e del male, del genio e della mediocrità: professa la supremazia dei piaceri materiali, sostenendo l’arte dell’interesse personale a discapito dei buoni propositi.


Laura Rondanini, docile sognatrice, è invece affidato il ruolo della cameriera che cerca di allentare, o alimentare, la tensione tra i duellanti, il tutto allietato dal clavicembalista, interpretato da Luca Testa, ironico rovesciamento del protagonista vecchio musico fallito. 


Uno spettacolo in cui non ci sono vinti o vincitori, ma solo tanti spunti di riflessione: il malessere nel constatare l’abbassamento del senso della dignità personale, l’essere disposti a qualunque cosa per ottenere, anche vagamente, il successo.


Ma 
“quando si parla di poesia, musica e scacchi a cosa serve la mediocrità?”

Tutto finisce per avere le fosche tinte dell’amore perduto, quello di una moglie che cantava, stupiva, travolgeva.


Svaniscono, assieme a chi teniamo nel cuore, tutte le speranze, la forza per destarci tutti i giorni al mattino...