"La Befana? Mandiamola al diavolo!". Breve storia di un'icona dell'immaginario collettivo

L’incontro col Cristianesimo ha determinato l’ennesima trasformazione, rendendola quasi irriconoscibile nel ruolo di entità buona

È una delle icone più consolidate nell’immaginario collettivo nazionale, uno spauracchio efficace per grandi e piccini, l’essenza primitiva di una giustizia tribale, che sa premiare i buoni e punire i cattivi della famiglia: la Befana è, insomma, un retaggio ancestrale ed una tradizione, che si è rinnovata continuamente sotto forme sempre diverse. All’origine, nella mitologia romana, forse, era Anna Perenna, la divinità celebrata a metà marzo, che avviava l’anno nuovo (prima della riforma di Cesare, il primo mese del calendario era marzo), una vecchina che regalava cibi (anno deriva dalla radice indoeuropea ann-, cibo) ed era dedita alle pratiche magiche, nel nome della quale si ripeteva una formula augurale (annare perannareque commode: passarsela bene per tutto un anno). Dopo, si confuse con Opi, la dea dell’abbondanza, dalla cui cornucopia si riversavano tanti frutti succulenti; in seguito, diventò Strinia, la strega, per il suo stridere, cioè urlare sinistramente, tipico degli animali notturni, soprattutto rapaci (civette, barbagianni, gufi), che però distribuiva regali a destra ed a manca, da cui il termine strenna, regalo, appunto. Infine, si ridusse ad un’entità anonima, una vecchia, anus, in latino, buona e generosa, i cui tratti esteriori erano quelli che tutti conosciamo: il naso adunco, il mento sporgente, i capelli scarmigliati e grigi, i piedi storti, le mani artritiche. Malanni tipici della vecchiaia, insomma. L’incontro col Cristianesimo ha determinato l’ennesima trasformazione, rendendola quasi irriconoscibile nel ruolo di entità buona, addirittura divinità della casa, simboleggiata dal camino lungo la cui cappa scende di notte. Ma quella dei Cristiani è stata un’operazione un po’ maldestra perché non è riuscita a conciliare l’arrivo della Befana con quello dei Re Magi: quella della Befana, infatti, non è un’epifania semmai una fugace apparizione; quella di Gesù è un’epifania, cioè una manifestazione della divinità, a cui rendono omaggio tre re che sono anche degli astrologi (il vero significato di magi). Tant’è che la Befana appare e scompare subito il 5 gennaio notte, Gesù Bambino si manifesta in terra, il giorno successivo, ma per restarci oltre un trentennio. Ed è poi proprio la data del 5 gennaio che insospettisce non poco: nell’antico calendario lunare adottato dai Romani, il 5 del mese si celebravano le Nonae, il primo quarto, che anticipava il plenilunio, previsto per il 13 (le Idi); il 5 gennaio era, però, la prima manifestazione (epifania?) ufficiale della Luna all’inizio dell’anno, che nella cultura agricola bisognava celebrare allegramente per ottenere un anno migliore da quella Luna, la cui influenza sulle coltivazioni era chiara a tutti. Insospettisce perché il 5 gennaio è una data magica: è il dodicesimo giorno dal 25 dicembre, ricorda i mesi dell’anno, divisibili in due semestri dai due solstizi. E conferma che Befana e Re Magi, cioè festa pagana, che celebra il nuovo anno, augurandosi che sia migliore, e festa cristiana, che celebra la nuova era religiosa, con l’avvenuto riconoscimento (epifania, appunto) di Gesù, sono solo accostate cronologicamente ma vengono unificate maldestramente nel nome di un’etimologia discutibile se non banale: Epifania, pifanìa, befanìa, Befana. Quando, forse, l’etimologia di Befana, termine toscano, attestato sin dal Cinquecento, per indicare un “brutto fantoccio di pezza”, che veniva portato in giro la notte precedente dell’Epifania.”(Domenico Maria Manni, Istorica notizia dell’ origine e del significato delle Befane, Lucca, 1765) va rintracciata in beffa, vocabolo usato per designare le boccacce che si possono fare con le labbra, mosse, ghigni, sberleffi, smorfie, attribuite ad entità spesso malefiche dai pagani e dalla sensibilità cristiana traslate al demonio, di solito capace, per i cristiani, di beffare e di essere beffardo. La cui maschera (vocabolo anch’esso dal valore molto negativo, stregonesco, potremmo definirlo) nera, col naso adunco, è quella indossata da Pulcinella. Ma così parlando alludiamo al Carnevale! esclamerà qualcuno. E non ha tutti i torti. Soprattutto se si pensa che quello della Befana può essere un camuffamento diabolico, voluto dal Cristianesimo per esorcizzare la perdurante presenza della vecchia Anna Perenna, divinità pagana troppo radicata nella mentalità e nella società agricole, e svuotarla di contenuto. Come? Accostandola al Signore del Male come una strega qualsiasi. E così la vecchia, Anus, della mitologia romana diventa quella della mitologia cristiana con delle significative differenze: non inaugura più un anno sperando sia migliore, non è più cattiva, compensa la bruttezza fisica con una bellezza morale (perché è giusta, equa, imparziale). Perciò rimangono le sue caratteristiche: deformità fisiche quali le gambe ossute e storte coperte da una gonna ampia e rattoppata, il seno vizzo sotto un abbondante maglione, i capelli scarmigliati avvolti da un fazzolettone legato sotto il mento prominente, i piedi artritici nascosti da scarpe sformate. Sotto mentite spoglie si cela la classica iconografia del diavolo: gambe e piedi da caprone, corna in testa, naso adunco, niente seno. Con contorno di carboni, cenere, fichi, miele (i dolciumi) e mele (il frutto del peccato, vero?) contenuti nella sua gerla di vimini, la cui forma a tronco di piramide ricorda, troppo da vicino, la cappa di un camino. Pertanto, le caratteristiche della vecchia divinità pagana, sterile, brutta, deforme come si presenta la Natura d’inverno, ma pronta a rinascere col nuovo anno, diventano quelle del diavolo, che però si rivela proprio nella sua bruttezza un buon diavolo, in quanto premia i buoni con squisitezze alimentari e beffa i cattivi con cenere e carbone. Un diavolo beffardo, che sa beffare. Anche se cammina zoppo. Come Pulcinella. Anche se si traveste da vecchia. Come la Befana. Una vecchia che in molte contrade del Meridione viene bruciata ancor oggi come Quarantana, la moglie di Carnevale, al termine della Quaresima. Forse a dimostrare che, iniziato l’anno nuovo all’insegna di quello vecchio, la vita è comunque tutta un Carnevale.