La Rubrica di Simone Santamato/La Persistenza filosofica. Libertà, dialetticamente parlando

Analizziamo finalmente questo ideale per sé stesso, senza scorciatoie speculative

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La libertà viene analizzata, trattata, ritenendo opportuno quasi sempre specularla secondo azione: potendo essere libero di agire in questa maniera, o di far questo, sono, teoricamente, libero. Siamo più avvezzi ad analizzare concetti ed assiomi a seconda della loro causa: questo mi serve per poter far quest’altro, questo serve in vece di quest’altro. Altresì, vediamo le cose secondo necessità: la bellezza di queste stesse cose, per alcuni, risiede proprio nella loro necessità, nel loro scopo, nel loro essere utili. “Voglio imparare sempre più a vedere la bellezza nella necessità delle cose: così diverrò uno di coloro che rendono belle le cose” –Nietzsche, La Gaia scienza, 276 Digressioni a parte, in questo scritto ci occuperemo di guardare la libertà in quanto se stessa: la libertà in quanto necessitante di se stessa per poter essere. Quindi, qualsiasi tipo di azione esplicabile secondo libertà non sarà presa in considerazione poiché cercheremo di essere meno miopi e di guardare in faccia il concetto. Mi piacerebbe introdurre quest’elucubrazione facendo parlare , per un momento, Kierkegaard:” scegliere è soprattutto una espressione rigorosa ed effettiva dell’etica”. Penso sia chiaro che prenderemo in considerazione la libertà in quanto essa è realmente: possibilità di poter scegliere. Mi interrogherei su questa crisalide che ne racchiude il reale significato: alle volte penso che all’uomo piaccia nascondere le cose uguali in qualcos’altro per non averle a noia. Sul piano del teoretico e della teoresi, la libertà(la possibilità di poter scegliere) sarebbe quindi l’avere tutto in possibilità: poter compiere qualsiasi tipo di azione incoercibilmente. In un secondo momento, resici conto di aver optato per una scelta opinabile dovremmo avere in possibilità anche il ritorno allo stato di partenza: dovremmo avere la possibilità di poter scegliere tornare allo stato precedente così da avere la possibilità di poter scegliere qualcos’altro. Il meccanismo diviene meno oleoso quando ci rendiamo conto che l’avere tutto in possibilità è un discorso più complesso di quel che pare: significa poter fare, ma anche la possibilità di poter essere, tutto. E così passeremmo allo stadio di possibilità di poter scegliere di poter essere: il che riguarda sia la sfera soggettiva, scegliendo la possibilità di poter scegliere di essere se stessi, sia la sfera oggettiva, scegliendo la possibilità di poter scegliere di non essere se stessi. “L’io è liberta! Ma la libertà è il momento dialettico nelle determinazioni di possibilità e necessità.” –Kierkegaard, La malattia mortale Kierkegaard liquiderà la questione della possibilità di scegliere di poter essere dicendo che in entrambi i dicotomici casi sopra visti l’uomo non può raggiungere nessuno di quei due stadi; l’unica possibilità di redenzione dalla disperazione, da quanto sopradetto portata, è compiere un salto logico che distanzia l’uomo dalla ragione: porsi come singolo di fronte a Dio. Posta in questa maniera, la libertà diviene fittizia: l’avere in possibilità tutto non è possibile poiché tutto contempla il poter essere, e questo poter essere è in quanto tale impossibile; il tutto viene nullificato, e non si avrà più la possibilità di poter scegliere incoercibilmente. Tirando le somme la libertà sul piano meramente dialettico è opinabile, compromettente. “[…]la felicità consiste soprattutto nel voler essere ciò che si è[…]Singolare bontà della natura di aver fatto tutte uguali tante cose diverse!” –Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia, 22 Puntiamo gli occhi verso la libertà contemplata nel mondo contingente, allontanandoci dal teorico: in che maniera è esplicata la possibilità di poter scegliere? E’ qui che la frase in apertura di Kierkegaard assume spessore: scegliere è un’espressione dell’etica. Nel mondo delle relazioni interpersonali siamo governati da due condizionanti morali: il bon ton, ossia il rispettare gusti di costume propri della società nella quale si vive, e l’hegeliano diritto, ossia la sfera dei rapporti giuridico-formali dove l’uomo si comporta come persona astratta. Vi sembra libertà, questa? “L’imperativo giuridico-formale è pertanto: sii una persona e rispetta gli altri come persone.” –Hegel, Lineamenti della Filosofia del Diritto Simone Santamato