La Storia. Prima puntata/Il vescovo iconoclasta e la lastra postergale dell'ambone nella Cattedrale di Bitonto

Nel 1721 Domenico Maria Cedronio fece rimontare il prezioso manufatto assemblandolo in maniera piuttosto “disinvolta” e riutilizzando materiali di fattura e provenienza diverse

Al vescovo Domenico Maria Cedronio bastarono solo i due anni in cui resse la diocesi di Bitonto (1720 - 22) per stravolgere la bellezza romanica della Cattedrale.

Infatti, i suoi furono interventi devastanti ed illogici quali la scelta di ricoprire le superfici interne con stucchi settecenteschi e di abbattere il vecchio coro in legno. Che egli si preoccupò perfino di immortalare in un’epigrafe autocelebrativa, ancor oggi leggibile, in cui disprezza la grandiosa bellezza del monumento romanico nel nome di una presuntuosa ‘docta ignorantia’. Il presule volle, fra l’altro, ricomporre l’ambone, il pergamo tipico delle chiese romaniche, che, negli anni Cinquanta del Seicento, era stato smantellato ed accantonato (forse nella cappella dello Spirito Santo, ridotta a deposito).

Il Cedronio lo fece risistemare sì ma a modo suo: assemblandolo in maniera molto discutibile con materiali di fattura e provenienza diverse e collocandolo nel sito dove adesso lo ammiriamo. Però, nell’ operazione di rimontaggio l’ambone perse la seconda scala di accesso, le sue originarie dimensioni furono ridotte, si sostituirono le colonne originali con altre più esili di fattura settecentesca e, per la decorazione, si riutilizzarono pezzi del vecchio ciborio (secolo XIII), anch’esso smantellato a suo tempo. In questa disinvolta operazione di “restauro”, riteniamo che, probabilmente, sia stato recuperato anche un bassorilievo in cui quattro figure umane si presentano in atteggiamento solenne e deferente e del quale non v’è traccia alcuna nelle testimonianze a noi pervenute, precedenti agli anni del vescovato di Cedronio (1720 - 22).

Infatti, nella visita di monsignor Stella, un’accurata ispezione della Cattedrale svoltasi nel 1620 e verbalizzata con precisione notarile, si descrive minuziosamente l’ambone, se ne ricordano le due scalette di accesso, la collocazione e l’iscrizione: “hoc opus fecit Nicolaus magister et sacerdos anno millesimo ducentesimo vicesimo nono” ma non si accenna al bassorilievo (confr. fig. 1). Di cui non parlano le ispezioni successive a cura di vescovi e tecnici né le relazioni dei lavori di restauro avviati nell’Ottocento.

Ancora nel 1843, il Dettaglio degli oggetti (bitontini) che credonsi di pregio per l’Antichità, conservato nell’Archivio Storico Comunale di Bitonto (sezione pre-unitaria, busta 304, categoria 9, classe 8, fascicolo 3, anno 1843; oggetto: Monumenti artistici – Conservazione – Inventario), elenca i seguenti materiali artistici perché siano salvaguardati: “1) la facciata gotica della Cattedrale e specialmente le porte; 2) il loggiato corrispondente alla Piazza sulle cappelle della stessa Cattedrale; 3) i capitelli delle colonne superiori ed inferiori; 4) il pulpito reticolato alla gotica; 5) il Rostro a rampone per l’Evangelio anche lavorato alla gotica, e specialmente la sottostante iscrizione del 1229 con caratteri di quel tempo, che assoda l’epoca incerta della Chiesa; 6) il loggiato per riparo alle scale del soccorpo; 7) diversi mausolei sepolcrali e specialmente etc”. Ma non cita il bassorilievo postergale. Che perfino una turista inglese, in visita a Bitonto nel 1885, ignora, pur ricordando “all’interno (della Cattedrale) due amboni di gran pregio, il più grande dei quali porta il nome dello scultore: Nicolaus etc.” (J. Ross, La Puglia nell’ Ottocento, 1980, p. 85).

Del resto, né Ettore Bernich, architetto incaricato di restaurare e riportare all’antico (romanico) splendore la Cattedrale, lo ricorda nel suo studio tecnico di fattibilità (1893) né Giuseppe Valente, in La Cattedrale di Bitonto del 1902, fa riferimento al bassorilievo. Solo Adolfo Avena, nella sua “Relazione dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti delle Provincie Meridionali” (vol. I., 1902), lo cita ma per disprezzarlo come “rozzo e privo di valore artistico”.

Pertanto, la prima menzione ufficiale della lastra postergale dell’ambone risale al 1860 ad opera di uno studioso tedesco, H. W. Schultz, che ne propone una fantasiosa interpretazione: la scena in essa contenuta riprodurrebbe l’Adorazione dei Magi. Purtroppo, lo Schultz non s’era accorto che in essa manca il bambin Gesù ...

Inoltre, a nostro parere, alcune evidenze strutturali concorrono a confermare l’ipotesi che la lastra sia stata applicata all’ambone in epoca tarda: 1) il fregio orizzontale del parapetto, in cui è inserito il bassorilievo, mozza i piedi a due dei personaggi rappresentati e le zampe all’aquila in basso, a destra; 2) la bacchetta verticale, che lo delimita a destra, cozza contro il braccio della figura umana in alto ed il becco dell’ uccello, quasi a schiacciarli; 3) l’ultimo archetto superiore si innesta malamente sulla medesima bacchetta.

Ci sembrano, tutti quelli elencati, “aggiustamenti” piuttosto recenti per sistemare un manufatto antico in una struttura cui esso non appartiene.

Da quanto detto finora emergono, quindi, alcuni dati interessanti relativi all’ambone, che è opportuno focalizzare: 1) sino al 1620 nel colonnato di sinistra della navata centrale della cattedrale di Bitonto era collocato l’ambone di Nicolaus magister et sacerdos di cui, in documenti ufficiali, si ricordano le due scale di accesso, un’iscrizione commemorativa e le colonne di sostegno ma non il bassorilievo postergale; 2) nel decennio 1645/55 l’ambone viene smontato e ‘depositato’ in altro luogo ma, riteniamo, sempre in chiesa; 3) nel 1721 il vescovo di Bitonto, D. M. Cedronio, lo fa rimontare, assemblandolo in maniera piuttosto “disinvolta”, perché riutilizza materiali di fattura e provenienza diverse; 4) nessuna testimonianza o fonte in nostro possesso fa riferimento al bassorilievo postergale, ancor oggi presente sull’ ambone, fino al 1860 quando esso viene citato ma solo per avanzare una strampalata interpretazione e non per un suo presunto valore artistico.

Questi dati di fatto, sia pure non sempre concordanti, inducono a credere che la lastra scolpita (meglio definita, pluteo) non appartenga all’ambone originario di Nicolaus magister et sacerdos, datato alla seconda metà del XIII secolo (1229), e che sia stata aggiunta in epoca successiva.