Le "Metamorfosi" di Ovidio con Enrico Lo Verso, Nicola Pice e Michele Mirabella: e il Mito si fa attualità

Splendido e meticoloso il lavoro di rispolvero e di recupero di un’opera monumentale

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Il Mito, oggi.
Un viaggio culturale attraverso i secoli, che ha fatto tappa anche qui da noi.
Nei giorni scorsi, presso il teatro Traetta di Bitonto, si è svolta la rappresentazione delle Metamorfosi di Ovidio con traduzione dal sapore di contemporaneità e selezione oculata dei miti a cura del professor Nicola Pice. Ad Enrico Lo Verso e Michele Mirabella è stato affidato il compito di declamare i versi più incisivi di alcuni dei miti della vasta opera con capacità prosodiche e prossemiche a dir poco talentuose.

La narrazione è stata accompagnata da una virtuosa équipe composta da un pianista, un clarinettista, un beatboxer ed una ballerina.
Questi ultimi, con armonie e movimenti sinuosi si sono perfettamente amalgamati alla narrazione rendendo al pubblico del piccolo teatro bitontino una perfetta alchimia.
La chiave del successo di questo spettacolo è rappresentata dal meticoloso lavoro di rispolvero e di recupero di un’opera monumentale, spesso trascurata nelle scuole -come dichiarato dall’esimio professore Pice- reso possibile grazie ad una traduzione, a sua cura, dal sapore fresco, intenso e di impatto immediato che ha reso un’opera dalla così grande mole, struttura e significato fruibile ad un pubblico eterogeneo.

Del resto “ogni tempo ha la sua traduzione” ed in ogni tempo, si dice, sorge un tema in cuiquella traduzione si identifica e si riflette come il vanitoso Narciso nel fiume. Ebbene, chi si è goduto la rappresentazione avrà sicuramente notato che ogni mito rievocava concetti, materie, pensieri ed azioni che, nonostante la veneranda età dell’opera, risultano essere molto attuali e riscontrabili negli atteggiamenti dell’uomo moderno,nei suoi limiti e nella sua ineluttabile fragilità.
L’intramontabile tema dell’amore ad esempio diviene potentissima spada di Damocle, che conduce inesorabilmentetanto esseri umani quanto divinità ad un triste destino. Ciò che si è percepito, nel silenzio del teatro, stataè la vulnerabilità delle divinità non più creature avulse da qualunque imperfezione d’animo, tipica dei mortali, ma entitàantropomorfizzate nei difetti capaci di cedere ai più bassi istinti di vendetta o d’invidia o di superbia.
Perciò la narrazione si è fatta sempre più coinvolgente avvicinando il pubblico all’interprete in un vortice di incompiutezza e di imperfezione di sentimenti che ha annullato la distanza tra l’uomo e la divinità.  Per circa due ore si è percepito il silenzio del pubblico, non avaro di applausi, ma desideroso di non rompere l’incantesimo creato da una rappresentazione che urlava tutto il dolore dei personaggi nel percorso di transumanza che si trovano costretti ad affrontare nel caos generato dagli errori e dalle pecche.
La conclusione è il costante ritorno alla Natura, entità che dirime ogni controversia in quanto capace di generare imperfezione dalla sua perfezione in un ciclo continuo nel quale tutto sembra ad un certo punto arrestarsi quasi come svuotato del potere che le azioni umane (e divine in tal caso) creano sotto il nome di destino.