Rush, la F1 si racconta

Due ore con Ron Howard per correre nel passato

La pioggia è tale da avvolgere il paesaggio in una cortina quasi impenetrabile alla vista. Il traffico della statale mi fa procedere lentamente verso casa e mi ritrovo a pensare al Gran Premio di Formula 1 disputatosi in Giappone sul Circuito del Fuji nel 1976. Fu l’ultimo di una stagione epica. Non che abbia potuto assistervi dal vivo, ma ne ho veduto la ricostruzione al cinema, grazie alla pellicola del regista Ron Howard.

“Rush”, questo il titolo del film, racconta la rivalità tra due piloti di grande talento, ma dal carattere molto diverso: James Hunt e Niki Lauda. Spavaldo e decisamente eccentrico il primo, meticoloso e calcolatore il secondo.

Lo sfondo è la stagione di Formula 1 del 1976, appunto, conclusasi con la vittoria del titolo mondiale piloti da parte di Hunt. Sarà la pioggia battente, ma ripenso alle difficoltà incontrate dai piloti per correre quel Gran Premio su una pista allagata ed al limite della praticabilità. A Lauda ed alla sua decisione di ritirarsi dalla gara al secondo giro, chiudendo, così, la corsa al titolo iridato. Unica debolezza di un uomo che, solo poco più di un mese prima, aveva sfidato il dolore, pur di tornare a correre dopo un grave incidente e provare a vincere il campionato.

Il film mostra una Formula 1 quasi “romantica”. I piloti erano ancora persone con le quali era facile avere un contatto, avere delle dichiarazioni non preconfezionate, dove i box erano popolati non solo da VIP. Un ambiente molto diverso dall’attuale che appare sterilizzato ed in cui tutti sembrano recitare un copione. Era l’aria gioviale e sbarazzina delle tende e delle roulotte che ha fatto nascere il termine “Circus” come sinonimo di Formula 1.

La storia risulta ben sceneggiata e le immagini si avvantaggiano dell’uso di molte vetture originali dell’epoca (notevole la TyrrellP34 a sei ruote) sebbene le Ferrari e le McLaren siano delle repliche basate su vetture di Formula 3.

Un bel film per ricordare una Formula 1 che noi guardavamo alla televisione in bianco e nero o, per chi non c’era, per conoscerla. Ne vale la pena.