La Politica, ieri e oggi/1992. Riparte l'integrazioni europea. Un argomento che interessa anche Bitonto

«L’obiettivo ’93 è che tutti i cittadini dovranno poter lavorare, studiare, risiedere dove desiderano» scriveva sul "da Bitonto" il Lions Club

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Il 1992 non fu solo l’anno della crisi finanziaria che costrinse la lira italiana ad uscire dal Sistema Monetario Europeo, insieme alla sterlina britannica. Fu anche l’anno in cui ripartì il processo di integrazione europea.

Punto di svolta fu il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 nella città olandese ed entrato in vigore il 1° novembre 1993. Vi parteciparono i dodici stati membri dell’epoca (Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Germania, Danimarca, Grecia, Regno Unito e Irlanda).

Accantonando la vecchia Comunità Economica Europea, il trattato modificò i precedenti trattati europei e creò un'Unione Europea fondata su tre pilastri. Il primo riguardava un mercato comune europeo, la creazione di un’unione economica e monetaria oltre ad altre competenze che si sarebbero aggiunte negli anni successivi. Oltre alle politiche energetiche (politica del carbone e dell'acciaio e politiche sull’energia atomica), da sempre una delle fondamenta del processo di integrazione europea.

Il secondo pilastro affrontava l’importante questione della politica estera e di sicurezza comune, e puntava alla costruzione di una politica unica verso l'esterno. Obiettivo, questo, ancora non raggiunto.

Il terzo, invece, puntava alla cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni e all’istituzione di un’unione tra stati disposti a collaborare sui temi di libertà, sicurezza e giustizia, sulla lotta alla criminalità a livello sovranazionale.

Si introdussero, inoltre, regole politiche e parametri economici e sociali necessari per l'ingresso di nuovi stati, in vista dell'allargamento dell'Unione, e adeguamenti volti a garantire un funzionamento più efficace e democratico delle sue istituzioni.

Erano, infatti, anni particolari dell’Europa, che affrontava la fine della Guerra Fredda e dell’Unione Sovietica e il conseguente sbriciolamento dell’ex blocco socialista. Diversi stati che avevano fatto parte del blocco e dell’Urss, miravano, ora, ad entrare nell’Europa unita che, al tempo stesso, puntava ad essere «un'Unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa».

Non solo. Per l’Europa, la caduta del Muro di Berlino favorì un’accelerazione dell’integrazione tra i suoi stati. Nonostante la retorica volta ad esaltarla, la riunificazione della Germania era, infatti vista con preoccupazione da molti paesi, come l’Italia. Una preoccupazione motivata dalla memoria degli avvenimenti del ‘900 e ben riassunta dalla famosa affermazione di Giulio Andreotti: “Amo talmente la Germania che preferisco averne due”. 

Con la rinascita di questo peso massimo, si decise così di accelerare il cammino verso un’Europa unita per contenere le spinte egemoniche tedesche.

Un argomento, quello dell’integrazione tra gli stati europei, che interessò molto anche il dibattito pubblico bitontino, con editoriali e riflessioni sulla stampa locale, incontri e convegni pubblici.

«L’obiettivo della Comunità non è unicamente quello di realizzare un mercato senza frontiere, nonché uno spazio comune economico e sociale» scriveva nel marzo ’92, sul “da Bitonto” la sezione locale del Lions Club, sottolineando come tra i fini ultimi ci fossero quelli di rendere l’unione tra gli stati europei più tangibile e concreta, per i singoli cittadini e di apportare una risposta alle aspirazioni in materia di istruzione, cultura e di riassetto della società: «Si è voluto quindi organizzare, grazie alla sistemazione degli scambi, una quinta libertà di circolazione e, cioè, quella delle idee, che consentirà di ritrovarsi in valori comuni e di affermare così maggiormente l’identità della comunità di fronte alle sfide della civiltà contemporanea, prima fra tutte la piena occupazione in un grande stato federale. Naturalmente l’unica vera interfaccia funzionale è rappresentata dai giovani, i futuri cittadini europei, da educare, formare, motivare ad una Europa unita».

«L’obiettivo ’93 è che tutti i cittadini dovranno poter lavorare, studiare, risiedere dove desiderano» scriveva l’associazione, pronunciando un auspicio, ahinoi, ancora rimasto disatteso.

«Forse in Italia e, in particolare, nel sud, non si avverte in modo palpabile, ma le imprese a tutti i livelli stanno avviando processi di diversificazione commerciale e territoriale» riportava ancora l’articolo indicando la pluralità linguistica come una ricchezza da salvaguardare e, al tempo stesso, la necessità dell’insegnamento, nelle scuole, di una seconda lingua fin dai primi anni di scuola, la «via giusta» per «rendere sempre più facile la comunicazione tra gli paesi membri».

Per il Lions Club, i vantaggi della sempre maggiore integrazione sarebbero stati la rimozione degli ostacoli e delle barriere all’ingresso nel mercato di nuove imprese e la possibilità, per tutte le imprese, di realizzare economie di scala, grazie ad un grande mercato unico, con una produzione su scala più vasta: «Si avranno, infine, ulteriori vantaggi sul piano dell’efficienza, grazie all’aumento della pressione concorrenziale, che influirà sulle spese amministrative generali, sull’adeguamento della manodopera e della gestione delle esigenze produttive, nel contesto del grande mercato che porterà a rivalutare le strategie commerciali e ad incrementare l’innovazione tecnologica».

Un’impostazione molto influenzata dall’egemonia culturale neoliberista che aveva preso piede sin dal decennio precedente. Nello spirito del tempo, il funzionamento del mercato era dettato da rigida ortodossia della libera concorrenza, che negava qualsiasi possibilità di interventi degli stati a favore delle proprie imprese. In definitiva, veniva privilegiata la competizione a scapito della solidarietà.

In impostazione che si è spesso rivelata miope, dal momento che, mancando una parità nelle condizioni di partenza, ha sfavorito alcuni paesi economicamente più deboli, come l’Italia, favorendo quelli più forti, tra cui proprio la Germania.

Dall’annunciazione dei principi al risultato finale, inoltre, molte furono le differenze. Il Trattato di Maastricht fu il risultato di un compromesso, che vide le spinte federaliste e quelle per una difesa e una politica estera comune fortemente ridimensionate a causa delle pressioni del Regno Unito, dell’Olanda e dei paesi scandinavi. Fu sacrificato l’obiettivo della politica fiscale comune. La futura Unione Europea si andò, quindi, caratterizzando soprattutto sotto il profilo dell’integrazione economica e finanziaria, creando un mercato comune con piena libertà di circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle prestazioni lavorative. Mercato che sarebbe stato rafforzato dalla creazione di una banca centrale e, qualche anno dopo, di una moneta comune, l’euro.