La Politica, ieri e oggi/Addio Msi. La destra si libera dal suo "passato difficile"

Nasce Alleanza Nazionale. Trotta: "Partecipai al passaggio di Fiuggi. Ci furono tanti lacrimoni, perché credevamo in quel che facevamo"

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Dopo la sinistra e il mondo cattolico, toccò alla destra perdere il suo storico partito politico, il Movimento Sociale Italiano.

La sua scomparsa non fu rovinosa come per Dc e Psi. Anzi, per certi versi fu simile a quella del Pci. Uscì, infatti, illeso dalle inchieste sulla corruzione in politica.

«Possiamo dire che l’inchiesta di Mani Pulite non ha trovato tangenti nei confronti di un solo partito. E sapete qual è questo partito? Il Movimento sociale di Giorgio Almirante» disse, nel 2017, uno dei protagonisti di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, rispondendo alle domande della giornalista Myrta Merlino, durante la trasmissione “L’Aria che tira” su La7, che puntava a comprendere come mai il pool di Milano non avesse indagato abbastanza sul Pci (che pure uscì indenne dalle inchieste, se pur molto marginalmente coinvolto).

In realtà, sia Pci che Msi, non avendo avuto accesso al potere esecutivo, non avevano avuto grandi possibilità di beneficiare del sistema delle tangenti. In ogni caso, l’estraneità del Movimento diede adito a quest’ultimo di cavalcare lo scandalo e la conseguente ondata di risentimento per i fenomeni di corruzione, unendosi ai cori antipolitici contro i principali partiti di governo e guadagnando consensi.

«Sì al partito della gente, no al partito della tangente» si intitolò un convegno che, nell’88, fu organizzato dal Msi, alla presenza di Teodoro Buontempo, Jean Marie Le Pen e Gianfranco Fini.

Fu in questo contesto che maturò la decisione che, nel ’95, portò all’abbandono della storica sigla figlia del fascismo, per fondare un nuovo soggetto politico e presentarsi all’elettorato con una nuova veste, senza quella pesante eredità.

Ma andiamo con ordine. Dopo l’insuccesso elettorale delle elezioni dell’87 e dopo la scomparsa, in due giorni consecutivi, di due dei fondatori, Pino Romualdi e lo storico segretario Giorgio Almirante, ad alternarsi alla segreteria furono Gianfranco Fini, giovane missino cresciuto nel Fronte della Gioventù, e Pino Rauti. I primi anni ‘90 videro il partito attraversare una vera e propria crisi di identità. Fu anche per riconquistare consensi persi che i missini aderirono alla protesta antisistema contro il pentapartito e i cosiddetti “ladri di regime”, sostenendo apertamente i giudici di “Mani Pulite”.

A lanciare l’idea di un nuovo soggetto politico fu, nel ’93, Francesco Storace, portavoce di Fini, che, sul Secolo d’Italia (quotidiano ufficiale del Msi), propose un’alleanza tra forze conservatrici che abbracciasse missini e destra democristiana. Inizialmente non accolta, la proposta venne riconsiderata dopo il successo alle amministrative del ’93, che portarono il partito ad essere il più suffragato a Roma e Napoli e ad eleggere numerosi sindaci. Fu il successo di un primo test per Alleanza Nazionale che, però, in un primo momento fu solo un contenitore di cui faceva parte, insieme ad altre forze, il Msi. Non era un nuovo partito.

Alleanza Nazionale si ripresentò, al fianco di Forza Italia, alle politiche del ‘94 e raggiunse il suo massimo storico, permettendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, ad esponenti missini di entrare nella squadra di governo: Giuseppe Tatarella divenne vicepresidente del Consiglio e ministro delle Telecomunicazioni, Altero Matteoli fu ministro dell'Ambiente e Adriana Poli Bortone ebbe il dicastero dell'Agricoltura. Un successo che portò alla Camera dei Deputati il bitontino Felice Trotta, se pur per breve tempo, in quanto subito sostituito, da successivi riconteggi, dal comunista Nichi Vendola.

Quel risultato vittorioso aprì la strada alla cosiddetta svolta di Fiuggi del 27 gennaio 1995, quando il Msi-Dn si sciolse per confluire definitivamente in Alleanza Nazionale.

«La destra politica non è figlia del fascismo. I valori della destra preesistono al fascismo, lo hanno attraversato e ad esso sono sopravvissuti» sostenne Fini, riconoscendo l’antifascismo come un momento storico essenziale

Una svolta che, tuttavia, non fu accettata da tutti. Primo, tra gli altri contrari, fu Pino Rauti, che, giudicando il tutto come un disconoscimento del passato, fondò il Movimento Sociale Fiamma Tricolore.

Una scissione che non frenò il successo di Alleanza Nazionale che, nel ’96, divenne terza forza politica, dopo Pds e Forza Italia.

«Io partecipai al passaggio di Fiuggi. Ci furono tanti lacrimoni, perché noi credevamo in quel che facevamo» ricordò Trotta in un’intervista datata 2019, mentre Salvatore Tassari parlò di «passaggio naturale e non traumatico, anche perché ormai la vecchia componente del movimento non c’era più».

«Il partito non è morto. Non si è sciolto. Si è adeguato ai tempi» scrisse sempre Tassari, in un editoriale dal titolo “Addio Msi”, sull’edizione di febbraio e marzo 1995 del “da Bitonto”, ribadendo i concetti espressi da Fini: «L’indirizzo generico alla base del Msi non era il periodo fascista, considerando che il fascismo è morto con la morte di Benito Mussolini; ma il Msi considerava, del periodo fascista, i valori sociali. Tuttavia, poiché il Msi era una conseguenza, nel dopoguerra, del fascismo, per tutti questi anni, noi missini siamo stati tacciati di essere fascisti. […] Avevamo contro un sistema che rigettava qualsiasi nostra idea, solo perché era uscita dalla bocca di un missino. Oggi, la nuova configurazione del Msi, Alleanza Nazionale, ci distacca da un passato difficile e ci inserisce in un contesto politico completamente differente. Cadono gli steccati ideologici. Nessuno può più addebitarci l’appartenenza ad un partito che declina l’istigazione alla violenza, al totalitarismo e storielle del genere (almeno questo si voleva far credere che fosse il Msi)».