La Politica, ieri e oggi/Bitonto sceglie direttamente il sindaco. Le amministrative del 1994

Con l'elezione di Kühtz, la città entrò nella cosiddetta "stagione dei sindaci"

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Il 20 novembre 1994 la Seconda Repubblica arrivò anche a Bitonto. Fu quello, infatti, il cui si tennero le prime elezioni con il nuovo sistema elettorale sancito dalla legge 81/1993, che prevedeva l’elezione diretta del sindaco.

Si tornò a votare dopo anni travagliati, che avevano visto alla guida di Palazzo Gentile giunte profondamente instabili, travagliate dai contrasti tra forze politiche ormai in crisi. Erano i primi anni ’90. Gli anni in cui, come abbiamo più volte sottolineato nel corso di questa rubrica, i partiti si sgretolavano. E, con essi, la loro legittimità, la lealtà dei loro esponenti, sempre meno legati da vincoli ideologici. La giunta del socialista Michele Coletti, sindaco sin dall’87, si concluse nel giugno ’93, con le dimissioni del primo cittadino, che fu sostituito da Francesco Dimundo, sempre socialista e ultimo sindaco della Prima Repubblica. Finché, l’anno dopo, anche lui si dimise, insieme alla sua squadra di governo, nell’aprile del ’94. Si tentò di formare una nuova giunta nei tempi stabiliti dalla legge elettorale, per arrivare così al termine della consiliatura, nel 1995. Ma il caos di quegli anni, con i partiti ormai morti o sul punto di spirare, non aiutò certamente in questo arduo compito. Sii arrivò così alla nomina del commissario prefettizio, Mario Tafaro, che traghettò la città, in sei mesi, verso le elezioni amministrative di novembre 1994.

Per la prima volta, dunque, i candidati scendevano direttamente in campo, si confrontavano con i futuri elettorali. Non venivano più scelti dopo, in base ai rapporti di forza nati dalle urne.

Una riforma che, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, fu accolta favorevolmente quasi all’unisono, nella speranza di una maggiore partecipazione alla vita delle città. I cittadini avrebbero partecipato direttamente, senza affidarsi alle trattative tra i partiti dopo le urne. Entusiasmi che, negli anni, si riveleranno spesso illusori, frutto della retorica di quegli anni.

«Finalmente i cittadini eleggeranno direttamente il sindaco. Il primo cittadino si sentirà veramente tale, perché saprà che ha avuto la maggioranza dei consensi. Avrà quindi il diritto, il sacrosanto dovere di governare e, perciò, dovrà dare conto direttamente ai cittadini del suo operato e di quello degli assessori, suoi collaboratori» scriveva il “da Bitonto” nell’ottobre ’94.

A sfidarsi furono in sei. L’architetto Umberto Kühtz rappresentava la coalizione formata da Partito Democratico della Sinistra, Rifondazione Comunista e Movimento Democratico per Bitonto. Emanuele Gala era il candidato della lista civica Riformismo e Progresso. Concetta Tota era sostenuta da Partito Popolare Italiano e lista civica Vivere la Città. La lista Insieme per la Città, invece, supportava il già sindaco Michele Labianca. Sempre dal civismo, Giuseppe Elia fu sostenuto da Movimento progetto città. A destra, invece, Alleanza Nazionale, Forza Italia e Centro Cristiano Democratico sostennero Vincenzo Donadio.

Il 10 novembre si tenne anche un confronto tra i sei candidati, sul tema “Bitonto, quali prospettive di sviluppo?”, organizzata dall’Assemblea degli Ingegneri e dall’Associazione degli Architetti.

«Se siamo giunti ad una situazione di malgoverno lo dobbiamo e di malessere sociale, lo dobbiamo sì all’arroganza dei tiranni di partito, ma anche a noi che a quell’arroganza e a quel malgoverno non ci siamo opposti nel quotidiano» disse Kühtz alla Gazzetta del Mezzogiorno, invocando un nuovo metodo di intendere e gestire la politica della città. Emanuele Gala sottolineò la sua contrarietà all’ampliamento del tessuto urbano oltre i limiti già indicati dal Piano Regolatore Generale del 1976, che avrebbe comportato «una dispersione di risorse, anche economiche, già esigue» e non avrebbe favorito «il recupero e il risanamento del tessuto urbano esistente (centro storico, zona 167, di completamento e artigianale, verde pubblico)».

Michele Labianca invocò un «programma dii riordino e riqualificazione sociale e urbanistica», nonché, per il mondo rurale, «i servizi necessari all’attività agricola e artigianale (elettrificazione, strade, approvvigionamento idrico, sicurezza nelle campagne); per il traffico, collegamento tra centro residenziale e nucleo artigianale-industriale, con interramenti e cavalcavia, collegamento della poligonale, completata e sistemata per la deviazione del traffico extraurbano. […] Infine, per l’ambiente, estrema attenzione al corretto uso del suolo, potenziamento dei depuratori, bonifica delle discariche esistenti».

Accusando di inerzia le precedenti amministrazioni, Concetta Tota denunciò «l’immagine di un territorio in grave stato di degrado», sottolineò la necessità di «una politica seria, razionale e oculata di sviluppo del territorio (sblocco dei piani di edilizia, opere di urbanizzazione, completamento di opere già avviate, variante statale 98, ferrovia Bari Nord, zona artigianale, centro storico, rilancio dell’agricoltura e valorizzazione del prodotto, razionale utilizzo del patrimonio comunale)» e di «interventi a favore di fasce deboli (bambini, giovani, anziani handicappati), mediante il coinvolgimento diretto delle scuole».

Oltre a tutto ciò, Giuseppe Elia invocò lo sviluppo nella programmazione dei servizi e il ripensamento dell’assetto organizzativo della macchina amministrativa con «una dislocazione sul territorio di pubblici servizi per un più facile accesso all’utenza» e «con un input e controllo municipale, un intervento convenzionato con le categorie produttive e organizzazioni di cittadini, allo scopo di realizzare […] un vero processo di ottimizzazione delle risorse private e pubbliche».

Donadio, infine, si concentrò, nella sua intervista alla Gazzetta, sul bisogno di allargare la partecipazione della gente e sulla necessità di garantire lo sviluppo del settore edile: «Occorre sinergia tra pubblico e privato per la realizzazione di progetti più importanti […]: recupero artistico e funzionale del centro storico, recupero funzionale della zona 167 ed artigianale, progettazione e realizzazione della zona industriale, recupero dei siti archeologici e dell’intera zona di Lama Balice (torrente Tiflis) costruziione di nuovi centri polisportivi e recupero del campo comunale, costruzione di nuovi depuratori, uno dei quali esclusivamente per le acque di vegetazione delle olive».

La vera sfida, comunque, era soprattutto tra Kühtz e Donadio, i due candidati che, arrivando rispettivamente al 42,46% e al 31,18%, continuarono a confrontarsi al cosiddetto “ballottaggio” (4 dicembre), il secondo turno previsto dalla legge elettorale nel caso di mancato raggiungimento del 50% più uno. Tra le liste sconfitte, solo Insieme per la Città scelse di aggregarsi apertamente ad uno dei due rimanenti, Donadio. Ma il contributo non fu tale da portare alla vittoria il candidato di centrodestra, che si fermò al 35,77% e perse a favore dell’architetto Kühtz (64,24%), che divenne così primo sindaco direttamente eletto. Dopo di lui, Nicola Pice, Raffaele Valla e Michele Abbaticchio.