La Politica, ieri e oggi/Elezioni politiche del '48. Gli echi della guerra fredda arrivano a Bitonto

Le prime elezioni politiche. Sono due i bitontini eletti: Nicola Angelini al Senato e Italo Giulio Caiati alla Camera (nel collegio di Lecce)

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1948. Un anno importante per l’Italia intera, il primo di normale funzionamento della Repubblica, con le prime elezioni politiche del 18 aprile ‘48. Il 1° gennaio, quattro giorni dopo la morte di Vittorio Emanuele III, entra in vigore, infatti, la Costituzione Italiana e, alla fine dello stesso mese, l’Assemblea Costituzionale conclude i suoi lavori. Presidente della Repubblica è ancora Enrico De Nicola, in via provvisoria, dato che, nel nuovo stato repubblicano, le prime elezioni politiche si tengono il 18 aprile di quell’anno e, dunque, non c’è ancora un parlamento regolarmente eletto in grado di riunirsi in seduta comune ed eleggere il capo dello Stato.

In Puglia, nel barese e anche a Bitonto continuano le agitazioni agrarie e i problemi di ordine pubblico non accennano a diminuire. Nei mesi precedenti ci sono stati tafferugli, scontri con le forze dell’ordine e i tumulti del novembre ’47.

La disoccupazione è ancora un flagello che incombe sulla penisola in ricostruzione, che attraversa una lenta e faticosa rinascita economica. Un problema a cui si tenta di rimediare con finanziamenti alle industrie, opere di bonifica e di irrigazione, incoraggiamenti alle esportazioni, ricostruzione stradale, ferroviaria ed edilizia, e riapertura degli sbocchi di emigrazione, per permettere a tanti disoccupati di cercare fortuna altrove.  Si discute sull’accettazione dell’imminente Piano Marshall, proposto l’anno prima dal segretario di Stato statunitense George Marshall, che poi sarà alla base dello sviluppo industriale italiano ed europeo. Da sinistra si dice che, in caso di vittoria, gli aiuti saranno ben accetti, nonostante lo scetticismo iniziale, poi diventato ostilità, manifestato dall’Unione Sovietica, che vede (non a torto) nel piano un’iniziativa imperialistica statunitense per mantenere la sua influenza nell’Europa occidentale e sottrarla al blocco socialista.

Finita la guerra, infatti, le due superpotenze vincitrici hanno iniziato ad essere rivali in una “Guerra Fredda” che durerà fino agli anni ’80, tra contrapposizioni frontali, guerriglia psicologica, demonizzazione dell’avversario e scenari apocalittici. Un contesto internazionale che esacerbava una già violentissima contrapposizione ideologica. Mentre la Dc di De Gasperi puntava ad aderire al Patto Atlantico e, quindi, al blocco occidentale, Pci e Psi scelsero di allearsi nel Fronte Democratico Popolare, nonostante lo scetticismo iniziale di Nenni, che paventava il rischio che il partito Socialista diventasse vassallo di quello comunista. Ma non tutti i socialisti furono d’accordo. Si ebbe, così, la scissione di Palazzo Barberini, che vide l’ala destra del Psi unirsi al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e formare la lista “Unità Socialista”. A destra, invece, gli eredi del disciolto Pnf si riunisce nel Msi, la cui presenza erode sempre più la base del Fronte dell’Uomo Qualunque che si avvia verso lo scioglimento, a causa dell’insuccesso elettorale del Blocco Nazionale (lista fatta da Pli e Uq) e di malumori verso Giannini, colpevole di aver tentato alleanze prima con Dc e Msi, poi con i da lui stesso odiati comunisti.

La contrapposizione tra Dc e Fdp crea una sorta di bipolarismo che rispecchia fedelmente la divisione politica internazionale. La Chiesa cattolica scende direttamente in campo nella contesa elettorale con l'istituzione dei Comitati Civici e avversando apertamente i partiti di sinistra. Anche utilizzando la religione come potente fattore di mobilitazione, soprattutto per quella fascia di popolazione non interessata alla dialettica politica. Basti pensare che solo l’anno successivo la Congregazione del Sant’Uffizio firmerà la cosiddetta “scomunica ai comunisti”.

Tutto ciò è ben visibile nel dibattito tra le forze politiche e nella cartellonistica, il cui uso inizia ad affacciarsi come mezzo di propaganda elettorale. Vediamo, quindi, nei manifesti anticomunisti della Dc, il pericolo comunista rappresentato, ad esempio, da soldati sovietici con un teschio come volto, con braccia tese verso l’Italia, a significare la dipendenza dei comunisti italiani dall’Urss. Una propaganda anticomunista ereditata dal fascismo e spiegata dalla presenza, in Italia, del più grande partito comunista d’Occidente, che necessita un’aspra campagna di delegittimazione. È in questo contesto che nasce anche il mito dei comunisti divoratori di bambini, leggenda inventata a scopo propagandistico, che, distorcendo la realtà in modo plateale, prendeva spunto da alcuni reali episodi di cannibalismo accaduti durante le terribili carestie che colpirono le campagne russe e cinesi tra gli anni ’20 e i ’30.

La stessa Gazzetta del Mezzogiorno ne parla come di “elezioni per la libertà e la democrazia”, in un articolo a firma di Leonardo Azzarita. Del resto, lo abbiamo visto anche a Bitonto, parlando di “L’ora lieta dell’elettore”, in cui i giovani democristiani facevano sempre allusione al pericolo di ingerenza sovietica attraverso i comunisti nostrani. Il rischio, paventato dai democristiani bitontini, è di perdere le libertà democratiche. Di contro, i comunisti rimproverano alla Dc la dipendenza dagli Usa, di essere servili all’imperialismo americano.

Per la vastità della mobilitazione, le elezioni di quell’anno segnano un caso unico nella storia italiana. A votare si reca il 94.01% degli aventi diritto, nel collegio di Bitonto. Ben 88098 persone. Percentuali che, oggi, sono impensabili. Ma a mobilitarsi per quelle elezioni sono anche gli altri paesi, Stati Uniti in primis, impegnati nel fornire aiuti economici e vicini alla Dc. Molte furono le lettere di cittadini statunitensi che invitavano i cittadini italiani, di loro conoscenza o non, a non votare il Fdp, poiché quella scelta avrebbe significato l'esclusione dell'Italia dal piano Marshall, il blocco all'emigrazione italiana negli Stati Uniti. La Gazzetta del Mezzogiorno ospitò anche l’appello dei pugliesi emigrati nel continente americano ai loro conterranei d’America «affinchè votino per i partiti dell’ordine e non per i comunisti oppure per il Fronte Democratico Popolare, che è ugualmente comunista e ha per emblema la testa di Garibaldi maliziosamente usata, per pura propaganda».

«Ricordate che la vittoria delle forze anticomuniste assicurerà all’Italia pane, lavoro, benessere morale e pace per tutti» scrivono, sottolineando che nelle Americhe non verranno mai accolti emigranti comunisti o pro-comunisti: «Fate che l’America continui ad essere la terra generosa ed ospitale pei figli di Colombo».

Tra i temi che le varie forze politiche affrontano ci sono l’industrializzazione del Mezzogiorno, per dare la possibilità di sviluppare l’apparato produttivo e di creare nuove aziende per la lavorazione di materie prime importate dall’estero, interventi di adeguamento dei porti, per incrementare gli scambi commerciali, necessità di interventi in settori specifici, tra cui il tessile, che proprio a Bitonto vedrà una notevole diffusione di laboratori. Si parla di riforma agraria e di edilizia popolare, per «assicurare a tutti i cittadini, e ai lavoratori in particolare, una casa decente e decorosa».

Diversi furono i politici che visitano Bitonto durante quella campagna elettorale, che salgono sui palchi, che invitano a votare il proprio partito. Viene Ernesto Rossi, autore del manifesto di Ventotene. Candidato alla Camera per Unità Socialista nel collegio Brescia-Bergamo e al Senato nel collegio di Bitonto, Rossi, tuttavia, invita gli elettori a votare per il suo collega di lista, Gaetano Pieraccini, manifestando ritrosia alle cariche pubbliche. Oltre a lui, Per Unità Socialista, viene anche Leo Solari, ex partigiano ed esponente del Psli.

Il Blocco Nazionale, invece, fa parlare uno dei suoi massimi rappresentanti cittadini, il colonnello Raffaele Capaldi, segretario del Fronte dell’Uomo Qualunque, mentre, sempre a destra, l’Msi chiama Pietro Marengo, uno dei più importanti giornalisti della destra pugliese, direttore del “Manifesto”, che, precedentemente, aveva dato vita al Partito Fusionista.

Il Fronte Democratico Popolare, invece, che nei suoi comizi invoca una riforma agraria collegata ai comitati della terra e una riforma industriale basata sulle nazionalizzazioni e sui consigli di gestione, invitò a parlare l’ex partigiano Armando Mastromauro, a sostegno di Francesco Elia, al Senato. Solo 14927 voti non gli permettono di accedere al Parlamento (17,66%).

Gli indipendenti, invece, sostengono Lorenzo Grimaldi, sempre al Senato.

Il partito vincitore di quelle elezioni, la Dc, invece, al collegio di Bitonto, al Senato, sostiene il bitontino Nicola Angelini, che con 55134 voti totali viene eletto. In suo sostegno, durante la campagna elettorale, interviene anche Italo Giulio Caiati, già padre costituente e candidato alla Camera al collegio di Lecce, risultando eletto. Anche alla Camera, ovviamente, lo scudo crociato supera con notevole scarto il Fronte Democratico Popolare: 49,07% contro il 31,93. A seguire, Blocco Nazionale, Unità Socialista, Partito Nazionale Monarchico, Movimento Nazionale Democratico Sociale, Movimento Sociale Italiano, Partito Repubblicano e altre liste minori, che non riescono ad entrare nelle due camere del Parlamento italiano.