La Politica, ieri e oggi/Il colpo di grazia alla Prima Repubblica. L'avvento del maggioritario

Anche a Bitonto, il movimento referendario e la sua antipolitica ebbero un grande, ma illusorio, successo

Stampa l'articolo

L’ultimo colpo inflitto alla Prima Repubblica fu dato con il passaggio dal sistema elettorale proporzionale, che aveva disciplinato l’elezione del Parlamento sin dal dopoguerra. Con l’eccezione del 1953, quando la Democrazia Cristiana, nel tentativo di correre ai ripari dall’avanzata della sinistra e conservare l’egemonia, propose una nuova legge elettorale che prevedeva un premio di maggioranza alla lista che fosse riuscita a raggiungere la maggioranza assoluta, vale a dire il 50% più uno dell’elettorato italiano. Alla coalizione di liste che avesse raggiunto una percentuale simile, sarebbe stato assegnato il 65% dei seggi alla Camera dei Deputati, in modo da assicurare una maggiore governabilità. Un escamotage ideato ad hoc per favorire i partiti della coalizione di maggioranza. La legge, proposta dall’allora ministro dell’Interno Mario Scelba, dunque, modificò il sistema proporzionale in vigore dal ’46, che, dalla sinistra, era considerato più fedele alla rappresentatività del corpo elettorale. Ma che, al tempo stesso, costringeva i partiti politici a fare alleanze sempre più difficili per garantire governi stabili.

Era la cosiddetta “legge truffa”, come fu ribattezzata dalla sinistra. Aveva scatenato proteste in tutta Italia, anche a Bitonto, dove la risposta delle forze dell’ordine, aveva provoca un morto, Francesco Ricci, 57 anni, colpito dalla polizia.

Ma, nonostante l’approvazione della legge elettorale, il progetto andò incontro al fallimento, quando la coalizione, pur vincente, non riuscì a raggiungere la percentuale di consensi necessaria a far scattare il premio di maggioranza. Non solo. La Dc aveva anche perso ulteriori consensi, a vantaggio di quelle forze di sinistra che alla legge elettorale si erano opposte. Una disfatta che segnò la condanna a morte della neonata legge elettorale, abrogata l’anno successivo, e il ritorno al classico proporzionale, che resterà in vigore per altri 40 anni. Fino, appunto, agli anni ‘90, quando i Radicali e Mariotto Segni con i referendum del 1991 e del 1993.

Nel precedente appuntamento di questa rubrica abbiamo già accennato al secondo dei due appuntamenti, riguardante l’abrogazione di parti della legge elettorale per il Senato. Appuntamento che andava a completare un percorso iniziato due anni prima con l’intento di cancellare il proporzionale, per poi spingere verso l’introduzione di un sistema maggioritario.

Il referendum abrogativo del 1991 si era tenuto il 9 e il 10 giugno ed aveva avuto ad oggetto la porzione della legge elettorale che consentiva all'elettore di esprimere, in occasione delle elezioni politiche della Camera dei deputati, fino a tre preferenze.

A votare per l’abrogazione delle preferenze plurime, ricordiamo, era stato il 95,57% della popolazione votante italiana, mentre solamente il 4,43% si schierò in maniera contraria. A Bitonto, la percentuale di favorevoli alla preferenza unica era stata anche superiore, raggiungendo il 96,5%, a fronte del 3,6% di contrari. Tra le forze politiche che si erano schierate a favore dell’abolizione del plurinominale, il Partito Liberale Italiano, il Movimento Sociale Italiano, i Verdi, il Partito Repubblicano Italiano, il Partito Socialista Democratico Italiano e gli eredi del Partito Comunista, che si erano ritrovati, nei mesi precedenti, nel nuovo Partito Democratico della Sinistra. Con la vittoria del “sì” la scelta ridusse ad una sola preferenza.

Quello del ’91 era stato il primo passo verso una riforma elettorale agognata sin dal decennio precedente. Il secondo passo fu il referendum del ’93. Anche qui, ovviamente, vinse il “sì” con l’82,74% (75,56% a Bitonto).

 

Principale protagonista del movimento referendario e promotore della causa della riforma elettorale fu Mariotto Segni, giurista, ex parlamentare in quota Dc e figlio dell’ex presidente della Repubblica Antonio Segni.

Per Segni era indispensabile cambiare quel sistema elettorale che aveva favorito la degenerazione del sistema. Ma per vincere la “guerra di liberazione” dalla partitocrazia era necessario un soggetto estraneo alla corrotta politica tradizionale. E qui entrava in gioco il movimento referendario, con il compito di gettare le basi del nuovo ordinamento “libero e democratico”, combattendo la repubblica dei partiti. Un pensiero, quello di Segni, fortemente segnato da un’antipolitica che era stata sempre presente in Italia. L’unica differenza rispetto al passato era l’audience, che grazie ai nuovi mezzi di comunicazione si moltiplicò (nonostante il fronte pro-referendum lamentasse continuamente la scarsa attenzione dei media).

I Radicali Marco Pannella ed Emma Bonino furono i primi ad aderire alla sua battaglia, seguiti successivamente ad alcuni soggetti che godevano d’indiscusso prestigio morale: la Fuci e le Acli, che riuscirono a raccogliere un altissimo numero di firme per i referendum. Un altro grande aiuto venne poi dalla grande stampa, rappresentata dalla Repubblica di Scalfari e dal Giornale di Montanelli. Decisivo fu, infine, il sostegno al fronte referendario prima del Pci e poi del Pds, che misero a disposizione i propri apparati rendendo possibile il raggiungimento del numero di firme necessario. A spingere l’opinione pubblica verso le ragioni referendarie, inoltre, le deboli argomentazioni di un’ormai delegittimata classe politica, che non seppe fare di meglio che invitare la popolazione ad andare al mare durante la giornata elettorale. Una strategia controproducente che contribuì più alla causa referendaria, che alla difesa dello status quo.

Alla legge elettorale abrogata fu sostituito un sistema misto, soprannominato “Minotauro”: maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari, unito per il rimanente 25% al recupero proporzionale dei più votati non eletti per il Senato. Il politologo Giovanni Sartori coniò, per la legge, l'ulteriore soprannome di Mattarellum, in riferimento al nome del relatore, Sergio Mattarella, e in senso ironico, ritenendo a suo giudizio illusorio il tentativo di creare un sistema prevalentemente maggioritario all'italiana, attraverso il "Minotauro".

Le campagne referendarie, dunque, indebolirono ulteriormente la già compromessa legittimità democratica dei partiti, nonostante, paradossalmente, proprio da essi provenisse la maggior parte dei sostenitori. Convinsero, inoltre, gli italiani della necessità di rafforzare l’esecutivo e di riformare le istituzioni. Una ricetta che fu presentata come la panacea di tutti i mali del sistema politico italiano.

Mario Segni si impose come un leader carismatico, figura già rispolverata in passato da Craxi. Un leader che, però, rispetto a quest’ultimo, abbandonava e sconfessava il proprio retroterra partitico e si proponeva ai cittadini con l’entusiasmo di una nuova sfida, rappresentata dal referendum.

Anche a Bitonto si sviluppò un vasto movimento referendario, che spinse per l’abolizione sia dei finanziamenti sia della legge elettorale proporzionale. Un movimento il cui appello fu pubblicato sul “da Bitonto”, già nel giugno del ’91.

«Contro le spese elettorali ingigantite dalla corsa alle preferenze; per restituire “pulizia” alla politica e all’amministrazione pubblica; contro le cordate dei “boss” dei voti, che portano nel parlamento galoppini e portaborse; per restituire dignità e responsabilità alle competizioni elettorali; contro il sistema delle clientele, che compra e vende voti; per ripristinare e rafforzare il rapporto diretto tra eletti ed elettori; contro i brogli elettorali e il controllo del voto; per evitare che si spari e che si uccida dopo l’intimidazione costante; contro chi si oppone alle riforme, vota “sì”. Per ridare a te stesso il diritto di scegliere e decidere. Entriamo in Europa con un sistema elettorale moderno» recitava l’appello agli elettori redatto da Pds, Psdi, Acli, Verdi, movimento civico “Città Nuova”, Cgil, movimento “Il Confronto”, vari esponenti della Dc cittadina ed altre personalità bitontine. Un appello che faceva propria la retorica antipolitica imperante nel tempo ed era caratterizzato dalla stessa superficialità dei referenti nazionali. Denunciava, infatti, problemi che, lungi dall’essere risolti con il nuovo sistema elettorale, sarebbero addirittura peggiorati, nel corso della cosiddetta “Seconda Repubblica”. Proprio perché si era preferito additare i partiti come capri espiatori, piuttosto che interrogarsi sulle vere cause della crisi.

Il successo della sfida referendaria era scontato in un sistema politico talmente debole da costringere il Capo dello Stato allora in carica, Oscar Luigi Scalfaro, ad invitare deputati e senatori a scrivere la nuova legge elettorale “sotto dettatura del popolo sovrano” come ricorda Alfio Mastropaolo in “Antipolitica all’origine della crisi italiana”.

Così come per la lotta ai finanziamenti pubblici ai partiti, persa nel ’78 e vinta 15 anni dopo, anche sulla legge elettorale, a differenza del ’53, non esisteva più quella forte sinistra in grado di opporsi strenuamente al maggioritario. Anzi, gran parte della sinistra aveva fatto persino propria quella battaglia. Come dimostrò l’adesione degli ex comunisti, del Pds e della Cgil.

Il resto non ebbe la forza di rispondere, in un’Italia in cui la società aveva attraversato profondi cambiamenti, c’erano stati fenomeni di corruzione che avevano aizzato l’opinione pubblica contro un sistema partitico morente e senza più ideologie di riferimento, diventato l’untore da additare. Un sistema da abbattere, nell’illusione che, così facendo, si sarebbero risolti i problemi che attanagliavano l’Italia, come corruzione e instabilità politica, assicurando una migliore possibilità di partecipazione politica dei cittadini. Mere illusioni, come sarà dimostrato negli anni successivi.

Il nuovo sistema elettorale fu, in realtà, il punto di arrivo di un movimento di critica ai partiti cresciuto progressivamente durante il decennio precedente dall’interno dello stesso sistema politico. Un movimento dalla matrice culturale liberale, evidenziò lo storico Leonardo Paggi. Dopo il referendum, come vedremo nei prossimi appuntamenti, in pochi mesi, l’involucro dei partiti collassò. Fu dunque raggiunto l’obiettivo della lungimirante strategia liberale: costruire una seconda repubblica libera dagli ostacoli dei partiti di massa.

Il vuoto da loro lasciato, però, fu colmato non da coloro che avevano promosso le riforme, che anzi risultarono sconfitti nelle successive tornate elettorali, ma da nuovi soggetti nati cavalcando la stessa antipolitica del fronte referendario. Soggetti come Forza Italia. Mentre lo stesso Segni fu tradito dalla “sua” stessa legge.

Inoltre, con la riforma, si era voluto ridurre il numero dei partiti che concorrevano nell’arena politica italiana, creando un sistema bipolare. Ma, così come ideato, il sistema misto favorì la moltiplicazione di piccoli partiti, piuttosto che la semplificazione del sistema, perché la semplice revisione del sistema elettorale non è sufficiente, in un sistema bipolare, ma non bipartitico, se non è accompagnata da un incisivo intervento sul rapporto tra Parlamento e governo. La razionalizzazione in senso bipolare fu quindi ostacolata da quelle nuove forze minori che rischiavano di essere cancellate.