La Politica, ieri e oggi/Il consiglio comunale prima dell'elezione diretta. Come Bitonto sceglieva i suoi sindaci

Prima di spostarsi nell'attuale sala, la massima assise cittadina si riuniva nella bellissima Sala degli Specchi

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Il consiglio comunale è la massima assise cittadina, l'assemblea pubblica rappresentativa di ogni comune. Previsto dall'articolo 114 della Costituzione, è l’ente locale più periferico, ma, al tempo stesso, quello più vicino ai cittadini. È l'organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo del comune, con funzioni di bilancio, conto consuntivo, piano urbanistico comunale, piano delle opere pubbliche e tanto altro. È composto dal sindaco, dalla sua giunta, scelta da lui in concerto con le forze politiche della coalizione di maggioranza, e da un numero variabile di consiglieri, in funzione del numero di abitanti del Comune. Poi ci sono il presidente del consiglio, con funzione di direzione dei lavori, i gruppi consiliari, formati da consiglieri dello stesso partito, le commissioni, con funzioni di controllo e consultive.

A Bitonto la sede del consiglio comunale è, oggi, a Palazzo Gentile, edificio costruito nel 1849 dall’architetto bitontino Luigi Castellucci. È lì dal 1934, quando, in piena epoca fascista, l’ente locale, allora governato dal podestà Serafino Santoro, si spostò dalla precedente sede, nell’ex convento di San Domenico, dove era stato sin dai primi dell’800, in seguito all’esproprio. Fino al ’97 la sala consiliare, dove si svolgevano tutte le sedute del consiglio comunale, è stata nella Sala degli Specchi, oggi utilizzata per incontri e conferenze. Sala esteticamente più bella e più storica, ma molto meno funzionale a quell’attività, in quanto più piccola, rispetto all’attuale aula consiliare, che fu inaugurata il 14 dicembre 1997, ospitando, per l’occasione, una mostra di opere del pittore concittadino Matteo Masiello. L’ultima seduta del consiglio comunale, nella vecchia sala, si tenne il 19 dicembre di quell’anno (sul finire dell’amministrazione guidata da Umberto Kühtz), prima di trasferirsi definitivamente.

Nel consiglio comunale, attraverso le elezioni, i vari partiti politici presenti in città concorrono per acquisire quanti più consensi necessari a governare e amministrare la città e a far eleggere il proprio candidato sindaco. Oggi, infatti, oltre ai componenti del consiglio, possiamo esprimere la preferenza anche sul candidato sindaco. Possiamo scegliere il suo nome e saperlo già nello stesso giorno degli scrutini. Ma non è stato sempre così. Fino al ’93 (al ’94 a Bitonto, quando ci fu la prima elezione con il nuovo sistema elettorale, stabilito con la legge 81 del 1993) il sindaco era scelto successivamente all’insediamento del consiglio comunale, in base ad un sistema simile a quello utilizzato per la formazione del governo nazionale. Le forze con più consensi, che avevano la capacità di formare un governo, valutavano la propria forza elettorale e, in base al numero di eletti in consiglio, nominavano sindaco e assessori. Non esisteva la corsa al nome che si pensa potesse avere più appeal. E non esistevano i sindaci esterni ai partiti, che invece oggi si tende spesso a preferire, essendo, nella retorica oggi in voga, più vicini ai cittadini. A ricevere l’incarico erano invece uomini di partito. Il sindaco era più un mediatore tra le forze politiche di maggioranza, e l’eventuale sfiducia da parte di quelle forze non causava lo scioglimento dell’assemblea, che poteva tranquillamente completare la legislatura nominando un nuovo sindaco. La politica comunale, infatti, prima del cambio di legge elettorale, era molto più incentrata sui partiti politici, che avevano più potere. La figura del sindaco ha visto crescere la sua centralità, dando una sensazione di maggior vicinanza alla cittadinanza, ma personalizzando eccessivamente la politica comunale, a scapito del consiglio e dei partiti che ne fanno parte, che hanno visto ridursi di molto la loro incisività. Un percorso che è andato di pari passo con la crisi dei partiti nazionali e con le trasformazioni politiche dei primi anni ’90, quando si pensò, sull'onda del movimento referendario, di aumentare la legittimità della politica attraverso la figura del primo cittadino. Si pensò, con quella legge, anche di aumentarne la stabilità, per evitare, come spesso succedeva, che i consigli comunali cadessero per i frequenti dissidi tra le forze politiche (argomento che approfondiremo in seguito, trattando il periodo degli anni ’90 e le premesse storiche e ideologiche che portarono all’elezione diretta).

Il consiglio comunale era, in sostanza, una copia in miniatura del parlamento nazionale.