La Politica, ieri e oggi/Il grande sbarco degli albanesi. L'Italia inizia a fare i conti con il fenomeno dell'immigrazione

Gli italiani iniziarono a dividersi tra sostenitori dell'accoglienza e chi, invece, chiedeva una limitazione degli ingressi. Argomenti destinati a rimanere attuali negli anni successivi

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Nei primi anni ’90 l’Italia, da sempre paese di emigrazione, iniziò a conoscere, su larga scala, il fenomeno opposto: l’immigrazione da altri paesi verso l’Italia.

Era l’8 agosto del 1991 quando, al porto di Bari attraccò una nave proveniente dall’Albania. A bordo della nave Vlora oltre 20mila cittadini albanesi in fuga dalla crisi che colse il paese delle aquile in quegli anni. Una crisi figlia della fine della Guerra Fredda e del conseguente crollo del blocco socialista. Reduce da una delle dittature comuniste più repressive, quella di Enver Hoxha, l’Albania fu travolta da numerose proteste sin dal 1989. Proteste che indebolirono il regime e ne scalfirono la legittimità. Portando, ai primi anni ’90, alla sconfitta elettorale durante le prime elezioni aperte alla partecipazione di nuovi partiti. Il crollo del comunismo albanese, tuttavia, fu l’inizio di un lungo periodo travagliato, caratterizzato da collasso economico e disordini sociali. Un caos da cui in tanti cercarono di fuggire salpando verso l’altra sponda del mare Adriatico. Iniziarono grandi emigrazioni di massa.

Quello dell’agosto del 1991 non era certamente il primo sbarco di albanesi lungo le coste pugliesi. Ma fu quello più significativo, per l’enorme quantità di disperati che era ammassata su quella nave. Ed è ancora oggi il più grande sbarco di migranti su un’unica nave. La gestione di un flusso così grande e inaspettato di migranti colse impreparate l’Italia, la Puglia e la città di Bari. Non si trovavano sin da subito strutture per accogliere e dare riparo ad oltre 20mila persone stremate da un viaggio lungo e in condizioni a dir poco difficili. Sedi individuate per l’accoglienza furono lo stesso porto di Bari e lo Stadio della Vittoria. Molti si dispersero in città, trovando rifugi improvvisati in stazioni, giardini oppure trovando ospitalità presso qualche famiglia o nelle chiese. Non furono pochi quelli che giunsero a Bitonto. Una situazione tale che, il 10 agosto, don Tonino Bello arrivò nelle due strutture per vedere con i propri occhi quello che stava accadendo. Una situazione che lo sconvolse, tanto da portarlo a scrivere sul quotidiano Avvenire per sottolineare le condizioni delle persone e denunciare l'assenza del ministro degli Interni e del capo della Protezione civile italiana.

Protagonista di quegli eventi, l’allora sindaco di Bari, il democristiano Enrico Dalfino, che individuò sin da subito come l’unica strada percorribile fosse quella dell’accoglienza. “Sono persone” fu la sua frase per criticare una linea che vedeva il tutto solamente come un problema di ordine pubblico, di polizia. La linea di Dalfino fu biasimata da tanti, persino dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che gli diede pubblicamente del “cretino”, di cui la città di Bari si sarebbe dovuta vergognare, e minacciò la sua sollevazione dall’incarico. Nel trentennale di quegli eventi, nell’agosto 2021, quel “Sono persone” è diventato il nome di un largo nella città di Bari, a ricordo di quegli eventi.

«Ricordo quella nave carica di puntini che, solo man mano che si avvicinavano, si capiva fossero persone. I più giovani si buttarono in mare con la barca ancora in movimento, per raggiungere a nuoto quella che per loro era la terra promessa. Avevano infatti un’immagine distorta dell’Italia, dettata dalle televisioni commerciali che anche oltre Adriatico trasmettevano. Lo Stato affrontò la questione non come un’emergenza, ma come un’operazione di polizia, pensando soprattutto a come rimpatriarli. Fu la sensibilità dei baresi e del sindaco Dalfino che permise di accogliere e integrare quelle persone, tra cui molti che ci hanno poi dato l’onore di rimanere in Italia e crescere insieme a noi» disse l’attuale sindaco di Bari Antonio Decaro ricordando che, tra chi giunse a bordo di quella nave, ci fu anche il cantante Ermal Meta, il celebre cantante naturalizzato italiano che, proprio da Bari, ha iniziato la sua carriera artistica.

Ma al di là dell’enorme clamore sulle cronache dell’epoca, quell’enorme sbarco di Bari fu significativo per la storia d’Italia perché l’Italia iniziò ad affrontare il fenomeno dell’immigrazione. Fenomeno rimasto costantemente attuale, persino dopo che la situazione economica albanese iniziò a migliorare portando alla forte riduzione degli sbarchi. Conclusa l’ondata migratoria dal paese balcanico, iniziarono gli sbarchi dalle coste africane e dal Medio Oriente.

Gli italiani tutti iniziarono a fare i conti con una marea di disperati che avevano scelto l’Italia come luogo dove assicurarsi un futuro migliore. Tra loro molti si sarebbero poi stabilizzati in Italia, molti sarebbero stati rimpatriati, tanti altri avrebbero poi continuato il viaggio verso altri paesi. Tanti altri ancora sarebbero tornati in Albania appena la sua situazione economica sarebbe migliorata. Ma tra insieme disperati giunti nel nostro paese, giunse anche la criminalità albanese, che, in poco tempo, divenne una vera e propria minaccia, in un paese già alla prova con quella autoctona, che proprio in quegli anni cresceva e mostrava allo stato la sua potenza e la sua arroganza. La criminalità albanese fu in grado di occupare quei mercati illeciti lasciati dalle mafie nostrane e insediarsi stabilmente.

Una pericolosità che generò ovviamente molto timore, in un paese che, per la prima volta si trovava a dover fare i conti con tantissimi stranieri giunti improvvisamente in Italia. Cittadini di cui non si sapeva quasi nulla. Una situazione che non tardò a generare pregiudizi e forme di razzismo che tendevano ad accomunare l’intera comunità albanese con la criminalità.

Non solo. Si iniziò anche a dividersi tra chi sosteneva la necessità dell’accoglienza e chi, denunciando una presunta invasione, sosteneva l’impossibilità di dare accoglienza a tutti.

Argomenti che sarebbero, poi, sopravvissuti alla fine della grande ondata migratoria albanese, adattandosi alle successive ondate da altre parti del mondo.