La Politica, ieri e oggi/L'adesione italiana alla Nato. Il futuro sindaco Masciale contro il "patto di guerra"

Fu protagonista di una delle tante manifestazioni contro la firma del Patto Atlantico

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Il 1949 fu un anno particolare per l’Italia, per l’Europa, per l’Occidente e per il mondo intero. Fu stipulato il Patto Atlantico che sancì la nascita del North Atlantic Treaty Organization, la Nato, organizzazione internazionale nata allo scopo di difendere gli stati occidentali da un eventuale attacco militare del blocco comunista. Un patto che si colloca in un acceso clima da guerra fredda, come già abbiamo visto parlando delle elezioni del ’48. Il Trattato istitutivo fu firmato a Washington il 4 aprile, ma l’iter per giungere a quella firma iniziò, in Italia come negli altri Paesi, qualche mese prima. Periodo in cui non sono mancate voci contrarie, accesi dibattiti e proteste contro l’adesione italiana.

Dall’11 al 20 marzo, il Parlamento italiano discusse nelle sue due aule l’eventuale adesione alla Nato. Ad essere contrari erano le sinistre, che tentarono di ostacolare l’iter facendo ostruzionismo.

Una contrarietà che, durante l’acceso dibattito, il deputato del Psi Pietro Nenni così spiegò: «Il Patto Atlantico distrugge il sistema della sicurezza collettiva, ha un netto significato offensivo contro il paese che, sei anni fa, a Stalingrado, difendendo sé stesso, difendeva l’Europa e tutto il mondo e dava un nuovo corso alla storia del mondo, compromette irrimediabilmente la nostra sicurezza e la nostra indipendenza».

Un significato aggressivo visto anche dal segretario del Partito Comunista, che, intervenendo alla Camera, disse: «Se i comunisti mancassero ai loro doveri di solidarietà verso i lavoratori sovietici, sarebbero dei traditori. […] Noi siamo la classe operaia italiana e vogliamo essere uniti in un unico fronte e in un’azione unica con tutti coloro che vogliono preservare la pace. In nome di tutti costoro diciamo “no” al Patto Atlantico, “no” alla vostra politica aggressiva contro l’Unione Sovietica, “no” agli intrighi imperialisti e compiremo tutto quanto è possibile per far fallire questa vostra politica».

A preoccupare la sinistra era la possibilità che l’Italia potesse essere utilizzata come sede delle basi militari, come spiegò l’Unità il 15 marzo, riportando e traducendo alcune righe del New York Herald Tribune del 22 febbraio: «Se l’Italia sarà annessa al Patto Atlantico, in caso di guerra, la grande base aerea di Foggia sarà a disposizione delle nostre B29».

Erano, invece, favorevoli all’adesione alla Nato, le forze dell’allora governo De Gasperi, formato da Dc, Us, Pli e Pri, che lo vedono come un «impegno di solidarietà in favore della pace e della sicurezza», una «garanzia di pace e una misura preventiva contro la guerra».

Mentre all’interno del Senato e della Camera dei Deputati si discuteva, diverse furono le manifestazioni di protesta contro il Patto Atlantico, a cominciare da quella che, nella sera del 12 marzo, vide centinaia di persone manifestare alle porte di Palazzo Chigi contro il ministero degli Esteri guidato, allora, da Carlo Sforza. Contemporaneamente, anche in altre città si tennero scioperi e manifestazioni. A Bologna in molti stabilimenti gli operai scioperarono per protesta. Agitazioni anche a Milano, dove sindacati, partiti e associazioni lanciarono un appello contro il Patto, reo di essere “una preparazione alla guerra”. A Terni, il 17 marzo, le manifestazioni portarono a scontri con la polizia e alla morte di un operaio delle acciaierie, Luigi Trastulli, oltre al ferimento di dodici dimostranti. Poi Napoli, Piacenza e tante altre città italiane.

Manifestazioni su cui si espresse duramente, sulle colonne del Messaggero del 13 Marzo, il ministro dell’Interno Mario Scelba: «Secondo quanto era prevedibile, il Pci va organizzando numerose manifestazioni contro l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico. Le solite organizzazioni di massa, manovrate dai comunisti, dalle Camere del Lavoro all’Anpi, dalle commissioni interne all’Udi, sono già al lavoro. Finché le suddette manifestazioni si manterranno sul terreno della legalità costituzionale, nulla da ridire. Non credo che al momento si pensi di ricorrere alla violenza. Mirano solo ad impressionare l’estero, presentando l’Italia come divisa e debole, e a svalutare il voto del parlamento e la portata della nostra adesione, nella speranza, forse, di influenzare anche i circoli stranieri, i quali per motivi opposti e diversi amerebbero abbandonare l’Italia alla sua sorte. Quali che siano i propositi dei fomentatori di disordini, posso assicurare che le forze dello stato sono pronte e decise a rintuzzare ogni tentativo di mobilitare la piazza contro il Parlamento, per coartarne la libertà di decisione».

Anche in Puglia si tennero dimostrazioni contro l’adesione italiana a quel trattato internazionale. Manifestazioni nei grossi e nei piccoli centri, come riporta l’Unità. Da Taranto a Bari, dove il 13 marzo, durante un comizio del Partito Socialista, l’allora segretario Alberto Jacometti etichettò il Patto come “un patto di guerra”, accusando il governo presieduto da De Gasperi di voler asservire l’Italia al capitalismo nordamericano: «Nel deprecato caso di una guerra non esiteremo a trasferire la lotta dal Parlamento al paese, in favore dell’unica guerra che possiamo giustificare, quella dei poveri contro i ricchi».

Alle sollevazioni contro quello che per la sinistra era un “patto di guerra” si unì, organizzandone una, anche un giovane socialista di nome Angelo Custode Masciale, che quattro anni dopo diventò sindaco di Bitonto e, dal ’58 al ‘’72, per tre legislature di fila, sarà senatore della Repubblica.

Alla fine delle lunghe discussioni parlamentari, la Camera approvò l’adesione italiana con 342 voti a favore su 531 presenti, mentre il Senato con 183 voti favorevoli su 303 presenti.

«Amici e avversari, tutto pesato, tutto considerato, abbiamo assunto innanzi al Paese e alla storia una responsabilità grave, ma abbiamo la convinzione sicura che il popolo tutto – badate, anche chi non condivide il nostro pensiero – capisce che l’abbiamo fatto per il suo avvenire e per la sua salvezza» fu il messaggio di De Gasperi trasmesso alla radio alla fine dei lavori parlamentari.

Il 4 aprile, dunque, il ministro Sforza andò a Washington per firmare il Patto. Sancendo, quindi, la definitiva entrata dell’Italia nella Nato.