La Politica, ieri e oggi/L'elezione diretta del sindaco. Anche a Bitonto inizia la "stagione dei sindaci"

Accolta con grande entusiasmo, la legge 81/1993 ha dato il via all'eccessiva personalizzazione della politica cittadina

Stampa l'articolo

«Finalmente i cittadini eleggeranno direttamente il sindaco. Il primo cittadino si sentirà veramente tale, perché saprà che ha avuto la maggioranza dei consensi. Avrà quindi il diritto, il sacrosanto dovere di GOVERNARE e, perciò, dovrà dare conto direttamente ai cittadini del suo operato e di quello degli assessori, suoi collaboratori».

Scriveva così, nei giorni precedenti alle elezioni amministrative del 20 novembre 1994, il “da Bitonto”, tra le pagine dell’edizione di ottobre 1994. Parole del fondatore del nostro giornale, Franco Amendolagine, che trasudano entusiasmo per quella che era una vera e propria rivoluzione nel panorama della politica locale. Quelle che di lì a breve si sarebbero tenute, infatti, sarebbero state le prime votazioni in cui i bitontini, oltre ai membri del consiglio comunale, avrebbero eletto il sindaco. Direttamente. Senza l’intermediazione della massima assise cittadina. Non sarebbe stato più, quindi, il consiglio, una volta eletto, a decidere, in base ai rapporti di forza decretati dalle urne, a scegliere il detentore della carica monocratica. Ma i bitontini.

Ma cosa era accaduto? Quale era il motivo alla base di questa rivoluzione che suscitò tanto entusiasmo?

Per rispondere a questa domanda, bisogna fare un passo indietro, fino al 1993. L’anno in cui, il referendum elettorale per l’abolizione del sistema proporzionale anche al Senato della Repubblica rappresentò il colpo di grazia inflitto alla morente Prima Repubblica. Una rivoluzione che, però, non si limitò a modificare il sistema elettorale che disciplinava le elezioni del Parlamento, ma coinvolse anche la politica locale.

Prima di quell’anno, le elezioni amministrative erano disciplinate dal sistema previsto dal Decreto Legislativo Luogotenenziale 1/1946, che, a sua volta, aveva ripreso quanto previsto nel Regio Decreto 148/1915. Le elezioni per il massimo consesso comunale erano basate sullo stesso modello alla base delle elezioni per il parlamento nazionale. I cittadini votavano i membri dell’assemblea che, poi, avrebbero nominato il governo cittadino. Un’elezione indiretta.

Data che fece da spartiacque nella storia della politica locale fu il 25 marzo 1993, giorno della promulgazione della legge 81/1993, che introdusse l’elezione diretta del sindaco, dando inizio a quella che fu definita come “la stagione dei sindaci”. La stessa normativa modificò le procedure per l’elezione dei consigli provinciali, introducendo anche a livello provinciale l’elezione diretta del presidente (per le regioni si dovette aspettare il 2000).

La stessa legge fissò in quattro anni la durata del mandato del sindaco, successivamente allungata a cinque, con il 51 del decreto Legislativo 267/2000. Le città, quindi, si trovarono a sperimentare un nuovo sistema, una sorta di nuovo regime di tipo semipresidenziale, come fa notare il politologo Mauro Calise in “Il partito personale”.

La legge fu accolta con entusiasmo dalla gran parte della politica e dell’opinione pubblica. Un coro quasi unanime accolse molto favorevolmente la riforma, nell’idea che questa avrebbe permesso una maggiore partecipazione alla vita delle città. I cittadini avrebbero potuto partecipare effettivamente e direttamente, senza affidarsi alle trattative tra i partiti dopo le urne. Tutto ciò, scriveva il già citato editoriale del “da Bitonto”, sarebbe stata «l’ultima occasione per tirare fuori dal degrado questa città».

«La maggioranza che lo avrà sostenuto nelle elezioni avrà il merito delle realizzazioni, ma anche la responsabilità di quello che non saprà o non vorrà fare e non potrà quindi ritirare il sostegno per motivi personali, clientelari o di strategia di partito» continuava l’editoriale, sostenendo tesi che, con il senno di poi, potremmo definire a dir poco illusorie.

A distanza di quasi 30 anni dall’introduzione di quella legge, infatti, qualche considerazione andrebbe fatta. Ma andiamo con ordine.

L’81/93 nasceva in quello che, in più occasioni, abbiamo descritto come un periodo molto particolare della storia italiana. Un periodo in cui l’ostilità ai partiti politici era giunta all’apice della sua potenza di fuoco. Un’ostilità non diretta solo contro i partiti, ma anche contro le istituzioni in cui essi erano i protagonisti assoluti, dal parlamento al consiglio comunale, visti come lenti, inadeguati, secondo una vulgata già diffusa nei decenni precedenti (già nel ‘69, il politologo Giorgio Galli aveva parlato di “lentocrazia”).

La riforma, dunque, era figlia dell’antipartitismo imperante e di un’ideologia direttista che faceva ricadere le colpe dei problemi della politica italiana all’intermediazione dei partiti politici, additati come incapaci o, peggio, corrotti. Quindi, proponeva di saltarla, indebolendo questi ultimi e dando maggiore spazio all’iniziativa dei cittadini. Tra i problemi denunciati, l’instabilità, che costringeva a frequenti sostituzioni del sindaco (il consiglio comunale non era legato all’investitura del primo cittadino e gli sopravviveva, votando il suo successore senza passare per nuove elezioni). Frequenti erano le crisi interne alle maggioranze che provocavano la caduta dell’amministrazione. Possiamo citare, a titolo di esempio, le vicende relative al mandato di Michele Coletti, sindaco socialista dall’87 al ’93, che per ben quattro volte fu costretto alle dimissioni e riconfermato tramite consultazioni elettorali.

Premiando le liste collegate con il candidato sindaco vincente nel primo o nel secondo turno elettorale, l’obiettivo sperato fu, dunque, quello di garantire una maggiore stabilità alle giunte che prima di quell’anno spesso cadevano per le crisi interne alla maggioranza.

Ma quali sono state le conseguenze della riforma elettorale negli equilibri interni alle amministrazioni comunali e nei rapporti tra primo cittadino e partiti? Come è cambiato il ruolo dei partiti a partire dal ’93? Come è mutato il rapporto tra sindaco e cittadini?

L’elezione diretta del sindaco ha prodotto effetti rilevanti nelle dinamiche politiche dei sistemi partitici locali e, parere personale di chi scrive, ha contribuito ad una dequalificazione della politica locale.

Le coalizioni sono diventate più stabili, anche se più conflittuali al proprio interno. La funzione tradizionale dei partiti si è drasticamente ridotta, anche a causa della perdita di centralità del consiglio comunale, a vantaggio del primo cittadino, che, prima della riforma del ‘93 era un attore politicamente debole. La sua selezione post-elettorale dipendeva dai rapporti fra i partiti di maggioranza e dagli equilibri fra le loro correnti interne. Le crisi delle giunte si risolvevano per lo più all’interno della maggioranza dopo un riallineamento fra partititi.

Da quell’anno, partiti hanno perso sempre più la forza di proporre propri candidati e c’è stata la quasi totale uscita di scena di candidati esponenti di partito. Si è affermato un nuovo tipo di sindaco, l’outsider, il candidato esterno a qualsiasi gruppo politico. L’aumento della centralità del ruolo del sindaco, inoltre, ha prodotto la sempre maggiore personalizzazione della politica cittadina, prima nelle campagne elettorali, incentrate sulle abilità, vere o presunte, del candidato, e, successivamente anche nella comunicazione. Non c’è più l’obbligo di passare attraverso le strutture partitiche sia per essere eletti che per comunicare qualcosa. È possibile farlo in autonomia, creando un filo diretto.

Una maggiore personalizzazione della politica, amplificata negli anni più recenti dall’avvento di internet e dei social network, che ha permesso ai sindaci di avviare una campagna elettorale permanente anche nelle città e ha consentito di creare un contatto diretto con i cittadini. Un contatto spesso stabilito non senza una buona dose di populismo. Uomo proveniente dalla “buona e virtuosa società civile”, il nuovo sindaco si erge contro le cosiddette nomenclature dei partiti chiuse nelle sedi partitiche e disattente ai bisogni della città, non più capaci di dialogare, in quanto legate ancora nei vecchi schemi dell’ideologia. Esponente della “gente comune”, il nuovo sindaco, nelle narrazioni post-1993, è più propenso all’ascolto per i piccoli problemi quotidiani e preferisce soluzioni concrete, per la cui attuazione l’ideologia non conta. La ricerca della notorietà prevale, così, spesso sull’efficace conduzione del potere, con sindaci, eletti dai cittadini in nome di una gestione di stampo manageriale efficientista, che tendono a prediligere scorciatoie antipolitiche, demagogiche e populiste.

Ideata per garantire maggiore stabilità alle amministrazioni locali, assicurare l’alternanza alle coalizioni e il ricambio del ceto politico e proporre una più netta attribuzione delle responsabilità di governo, la nuova riforma elettorale, inoltre, ha favorito la frammentazione e l’indebolimento delle liste. I partiti hanno, in molti casi, perso gran parte della loro influenza nella società civile vedendosi spesso confinati alla loro funzione amministrativa e perdendo quella più intellettuale e collettiva. Tanto da formarsi in periodo elettorale e sciogliersi dopo la chiusura delle urne senza mai radicarsi nel proprio territorio.

Scomparse le componenti ideologiche, inoltre, sono nati nuovi tipi di gruppi politici, dalla struttura politica più liquida. Forze sorte in funzione del loro supporto al candidato, da cui traggono la sola fonte di legittimità e di cui riportano il nome nel proprio simbolo e nella propria denominazione. Mere etichette utili solo per creare consensi attorno al candidato sindaco, che, nel frattempo, si affranca dalle assemblee e si dota di una trama di relazioni trasversali fondate sulla carica monocratica come crocevia di interessi, risorse e pretese, come sottolinea Michele Prospero nel saggio “Elogio della mediazione”, pubblicato nella rivista “Democrazia e diritto”. I partiti, nel frattempo, sono stati sempre più depotenziati, con il consiglio comunale limitato spesso all’approvazione o al diniego di decisioni prese dalla giunta e dal sindaco.

Fattori, questi, che uniti ad una partecipazione politica sempre più liquida, fluida e deideologicizzata, hanno portato alla personalizzazione del rapporto tra elettore ed elettore, che ha causato appannamento della lealtà di partito e trasformazione di quest’ultimo in una sorta di “struttura neofeudale”, come la definisce sempre Michele Prospero in “Il partito politico”. Una struttura nelle mani di chi ha a disposizione un ingente bacino di consensi, spesso per motivi non legati necessariamente alla politica, ma più alla professione svolta, che consente di avere una clientela più o meno ampia a cui chiedere voti.

Quanto alla partecipazione dei cittadini, tra i principali motivi di entusiasmo attorno alla legge 81/93 e leit-motiv nelle nuove campagne elettorali, spesso è ridotta ad un semplice slogan da sbandierare, limitandosi al sostegno al candidato sindaco durante la campagna e perdendosi dopo le votazioni. Una partecipazione che, in molti casi, serve solo a “servire il principe”, per usare le parole di Mauro Calise.