La Politica, ieri e oggi/La discesa in campo di Berlusconi e l'affermarsi della videopolitica

A Bitonto, la neonata Forza Italia si schierò contro i consigli comunali composti da "sfaccendati che parlano di tutto tranne che dei problemi del comune"

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«L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perchè non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare».

Sono queste le parole con cui, il 26 gennaio 1994 scendeva in campo colui che, nei decenni successivi, sarà uno dei protagonisti politici principali della scena politica: Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia. Scendeva in campo utilizzando quello strumento che, negli anni precedenti, gli aveva permesso di costruire un vero e proprio impero economico, la televisione, la principale fonte di informazione italiana. L’imprenditore milanese giocava in casa e sfruttava un terreno che conosceva indubbiamente meglio dei suoi avversari politici.

Il messaggio video fu inviato a tutti i telegiornali sia della Rai sia di Mediaset. Sorriso impostato, nella luce vagamente soffusa di un set attentamente studiato per annunciare la candidatura di Forza Italia e sua alle politiche che ci sarebbero state di lì a breve, il 27 e 28 marzo 1994. Dietro di lui, una libreria e una fotografia di famiglia.

Il messaggio sfoderava quell’antipolitica e quell’antipartitismo che erano in voga nell’opinione pubblica di quel periodo, risentita dagli episodi di corruzione che avevano visto il coinvolgimento di tanti esponenti politici e non più legata da sentimenti di appartenenza a partiti politici che, sin dalla fine degli anni ’60 avevano gradualmente perso la loro storica legittimità.

«La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi – disse Berlusconi – L'autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica. Mai come in questo momento l'Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare lo Stato».

Un leaderismo che si accompagnava all’appello alle forze alternative alle sinistre ad essere parte della nuova coalizione di centrodestra: «Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del Parlamento. Ma affinché il nuovo sistema funzioni, è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga, un polo delle libertà che sia capace di attrarre a sé il meglio di un paese pulito, ragionevole, moderno. Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all'ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria. L'importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà in tutte le grandi democrazie occidentali».

Un appello in funzione anticomunista nato soprattutto in funzione della consapevolezza che, con la scomparsa del Partito Comunista Italiano e la sua trasformazione in Partito Democratico della Sinistra, sarebbe stata alta la probabilità di una vittoria della sinistra. Ad essa, secondo il magnate delle telecomunicazioni, c’era bisogno di contrapporre i valori dell’individuo, della famiglia, dell’impresa, dell’efficienza, del mercato libero. Una narrazione che rivelava il neoliberismo che permea fortemente l’ideologia berlusconiana, figlia degli anni ’80, della retorica del self made man, della fiducia nella capacità di autoregolamentazione del mercato: «Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell'iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell'individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l'apporto libero di tante persone tutte diverse l'una dall'altra. Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna. Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell'individuo, nella famiglia, nell'impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell'efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà».

Senza contare l’uso di una narrazione fortemente populista volta a presentare Forza Italia come una forza in grado di rappresentare la cosiddetta “gente comune”, contrapposta ai politici di professione. Una massa di persone per niente definita, ma unita e senza divisioni di interessi al suo interno. Ad essa si prometteva l’uscita dal clima di insicurezza, di crisi economica e politica e un benessere che solo un’economia liberista avrebbe potuto garantire. Proponeva, in poche parole, un “nuovo miracolo italiano”: «Il movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia. Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo: non l'ennesimo partito o l'ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce invece con l'obiettivo opposto; quello di unire, per dare finalmente all'Italia una maggioranza e un governo all'altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune. Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell'Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud vogliamo un governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare adeguata dignità al nucleo originario di ogni società, alla famiglia, che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure, per chi, dopo una vita operosa, ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all'ambiente, che sappiano opporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga. Che sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza».

Quel videomessaggio segnò non solo la discesa in campo del cavaliere, come fu ribattezzato, ma anche la definitiva affermazione della videopolitica, per quanto fosse stata abilmente preparata negli anni precedenti da conduttori televisivi, giornalisti ed esponenti politici che avevano usato la tv come mezzo per avere un nuovo tipo di contatto diretto con i cittadini e come mezzo per denunciare la partitocrazia dando voce alla piazza. Con l’imprenditore milanese il processo di modernizzazione delle campagne elettorali subì una brusca accelerazione. Come sottolineò Lorenzo mosca in “La webpolitica”, fu con lui che i media, in politica, da semplici canali, si trasformarono in attori di primo piano dell’arena politica. Sin dall’inizio, Forza Italia, oltre che personale, aziendale e presidenzializzato, fu un partito mediatico. La politica di Berlusconi è stata sempre caratterizzata da un uso intenso dei suoi mezzi di comunicazione, con cui ha coltivato il proprio rapporto carismatico con l’elettorato, traendo la fonte della propria legittimità. Del suo impero mediatico, Berlusconi sfruttò tutto quel retroterra culturale cresciuto, durante tutti gli anni ’80, grazie alla televisione commerciale e alle modalità di intrattenimento introdotte proprio dalle sue reti. Un immaginario collettivo che era riuscito a scalfire alcuni dei valori tradizionali che avevano caratterizzato da sempre la cultura italiana. La televisione e i talk-show assorbirono sempre più l’attenzione che i vecchi leader politici davano ai comizi di piazza in giro per le città italiane, permettendo di sfoggiare il proprio carisma e le proprie abilità oratorie e di divulgare il proprio messaggio, davanti ad un pubblico molto più vasto, rispetto a quello cittadino, un pubblico di dimensioni nazionali.

L’uomo di Arcore riprese quella strada lasciata interrotta da Craxi, inventore della politica spettacolo dallo stile televisivo, quella dei famosi “nani e ballerine”, resa possibile grazie allo stretto legame che il segretario socialista aveva proprio con l’impero mediatico di Berlusconi. Quella politica che, svuotando di ogni potere decisionale l’Assemblea Nazionale del Partito socialista italiano, l’aveva imbottita di personaggi di varia indole e provenienza, da Sandra Milo a Gerry Scotti.

Insieme a lui, utilizzando la retorica del brillante imprenditore che, dopo aver egregiamente guidato una grande azienda, poteva ben amministrare il Paese, si schierarono apertamente molti volti noti della televisione, che proprio nelle reti Mediaset erano cresciuti, tra cui Mike Bongiorno, Corrado, Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Iva Zanicchi. Per non parlare di illustri giornalisti come Emilio Fede. Alcuni personaggi dello spettacolo, addirittura, intraprenderanno, al fianco del cavaliere, una carriera politica.

Ma i suoi riferimenti non furono solamente nazionali. Ad ispirare i suoi comportamenti è stato Ross Perot, imprenditore miliardario texano, dall’ideologia conservatrice, leader del Reform Party, che alle presidenziali americane del 1992, riuscì a qualificarsi come terzo candidato con un’alta percentuale di preferenze. Anche Perot, due anni prima di Berlusconi, aveva annunciato la propria candidatura tramite la televisione, durante la trasmissione televisiva della CNN, Larry King Live. I suoi infomercials, i messaggi videoregistrati mandati in onda sulle reti televisive, sono stati d’ispirazione per le tecniche comunicative di Berlusconi.

Grazie alle opportunità derivanti dall’uso delle reti televisive, Berlusconi vinse la sua guerra lampo, attraendo, in poco tempo, i consensi necessari per la vittoria. Ma il successo fu assicurato anche dall’ausilio di un esercito personale di esperti in comunicazione e marketing, un fenomeno che altrove era già diffuso, ma che in Italia aveva trovato resistenze nei partiti, refrattari all’uso delle nuove tecniche. Nella concezione della classe politica più classica, in base a quell’idea partitocentrica del “primato della politica”, era considerato lesivo ed offensivo che la strategia elettorale dovesse essere pensata in sinergia con un uso appropriato di stampa e televisione, come sottolineò Mauro Calise in “Il partito personale”.

Il successo della nuova iniziativa di Berlusconi fu enorme e la sua vittoria portò alla formazione, il 10 maggio 1994, del primo governo a guida sua. Che, però, fu un governo dalla tenuta molto instabile, a causa di tensioni con la Lega Nord.

Anche a Bitonto la nuova coalizione di centrodestra (contenente Forza Italia) ebbe un notevole risultato, tale da portare, inizialmente, alla Camera dei Deputati, il candidato Felice Trotta, successivamente scalzato da un riconteggio che portò, al suo posto, Nichi Vendola (Rifondazione Comunista).

L’antipolitica che caratterizzò gli esordi di Berlusconi, ovviamente, non poteva che riflettersi anche a livello locale, anche a Bitonto, con l’accusa fatta ai consigli comunali precedenti di essere «un piccolo parlamento di sfaccendati che parla di tutto tranne che dei problemi del comune», come scrisse il coordinatore Vincenzo Monte in un comunicato pubblicato sul numero di ottobre 1994, in prossimità delle elezioni amministrative: «Forza Italia si presenta come una forza nuova, gioviale, operosa, volenterosa dii rompere i ponti con il passato e di dare a Bitonto un futuro splendente».