La Politica, ieri e oggi/La nascita del partito pigliatutto. I partiti iniziano a cambiare

Iniziano a delinearsi le premesse della crisi dei partiti che avverrà, in tutta la sua forza, molti anni dopo, con le conseguenze che oggi possiamo osservare anche a livello locale, anche nel panorama politico strettamente bitontino

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Allontaniamoci ancora una volta dall’ambito strettamente locale, perchè, per capire l’origine dei fenomeni umani come è la politica, bisogna spesso guardare al di là degli stretti confini cittadini e, talvolta, persino nazionali. Come è il caso di oggi.

Come abbiamo detto agli inizi di questa rubrica, il partito di massa nasce già con la Rivoluzione Inglese del XVII secolo e, con il diffondersi della Rivoluzione industriale, soprattutto a sinistra, iniziano ad affermarsi nella forma che abbiamo conosciuto nel Novecento: partiti di stampo ideologico, che hanno una precisa classe sociale come riferimento e una solida struttura organizzativa.

Ma, come tutti i fenomeni umani, anche i partiti politici sono soggetti a cambiamenti, trasformazioni. E, ad accorgersi che il modello del partito di massa, in Europa, sta mutando, è, nel ’66, il politologo tedesco Otto Kirchheimer, che, analizzando le vicende politiche in Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania, preannuncia la comparsa del “catch all party”, o, per dirla nell’idioma nostrano, il “partito pigliatutto” (o “pigliatutti”, come, secondo alcuni, sarebbe meglio tradurre).

Non si tratta, come verrebbe da pensare, di una definizione dai toni fortemente antipolitici. Kirchheimer, collaboratore della Scuola di Francoforte e docente in importanti università americane, individua una linea di tendenza che già allora inizia ad essere visibile in alcuni partiti di massa. Una tendenza all’allontanamento dalle proprie origini classiste, di allentamento dei legami con i gruppi sociali originari di riferimento, finalizzata all’allargamento della propria influenza anche verso altri ceti sociali.

Lo studioso tedesco, inoltre, nota come il partito di integrazione di massa, prodotto in un’epoca in cui esistevano rigide divisioni di classe, si trasformi sempre più, abbandonando i tentativi di formazione intellettuale e morale delle masse e spostandosi sempre più verso l’obiettivo della ribalta elettorale, rinunciando ad agire in profondità e preferendo un più vasto consenso ed un immediato successo.

A questi mutamenti contribuirebbe la nascita dell’economia del terziario e il declino dell’industria manifatturiera, come fonte di occupazione, su cui la sinistra, tradizionalmente più legata all’idea di partito, ha costruito la propria fortuna.

Secondo l’analisi di Kirchheimer, nel nuovo modello di partito che va a delinearsi, è in atto un processo di de-ideologizzazione. La componente ideologica, da una struttura organizzativa chiaramente determinata e dotata di obiettivi politici, si riduce sempre più ad un insieme di forze motivazionali, utili ma non necessarie, che operano nella scelta elettorale.

Questa trasformazione, dunque, genera fenomeni sempre più competitivi, perchè il partito pigliatutto è disposto ad adattarsi al modello del suo concorrente, nella speranza di trarne benefici o nel timore di perdere le elezioni. Questo comporta anche una diversa concezione del programma elettorale, per cui è necessario meno impegno, in quanto diventa sempre più generale, con temi che trovano ampio consenso nella popolazione, che difficilmente trovano resistenza nella società. Basti pensare, giusto per capirci meglio, al tema della sicurezza, onnipresente nel dibattito politico odierno.

Un notevole contributo a questa trasformazione è dato anche dall’avvento di nuove tecniche di comunicazione più rapide e più in grado di arrivare ad una più vasta platea.

 

Contemporaneamente, il potere dei vertici di partito aumenta, mentre diminuisce il ruolo del singolo iscritto, la cui fedeltà si attenua (il politologo Piero Ignazi parlerà di “forza senza legittimità”). Cambiano, infatti, anche gli elettori. Anche in loro inizia a venir meno la componente ideologica, complice il ridimensionamento del proprio ruolo. Ciò ne rende molto meno prevedibile la fedeltà, facendo sì che sia sempre più appetibile l’aiuto del gruppo di interesse.

 

Nel compito di trascendere gli interessi di gruppo e di creare una fiducia generale, il partito pigliatutto ha indubbiamente vantaggi, consistenti nell’aumento delle possibilità di reclutamento, grazie alla mancanza di settarismo, ma, al tempo stesso la competizione politica diventa paragonabile alla «concorrenza di una marca che presenta in modo più attraente un prodotto quasi identico». Diventa, dunque, quasi una competizione tra commercianti che vendono un prodotto simile.

In questo contesto, la scelta dei candidati come titolari di uffici pubblici appare la principale funzione del partito pigliatutto e il ruolo del partito politico è più limitato di quanto appare. Nei ruoli governativi funge da coordinatore e arbitro tra gruppi funzionali di potere, mentre nei ruoli elettorali produce partecipazione limitata.

Ridotto il bagaglio ideologico, ai nuovi partiti, sempre più lontani dalla società civile, non resta, come principale funzione, che concentrarsi sull’occupazione di uffici pubblici e sulla selezione dei dirigenti, quale volano per esercitare influenza mediante l’azione pubblica. Le elezioni si basano più sulla scelta del leader, che dei programmi, che divengono prerogativa della leadership nazionale e locale. Per il cittadino, invece, diminuiscono i rapporti con il partito politico e le aspettative di avere determinate prestazioni si spostano verso canali diversi, alternativi: gruppi di interesse, associazioni di volontariato, che si fanno portavoce di nuovi interessi, come questione femminile, ambiente, immigrazione.

In secondo luogo, grazie al maggiore benessere economico, a cui gli stessi partiti hanno contribuito, gli individui non avvertono più quel bisogno di protezione che un tempo si chiedeva allo Stato. In questo senso, il partito di massa diventa vittima del suo stesso successo.

A farne le spese è il welfare state, di cui il sociologo previde il graduale smantellamento.

E non è un caso che, di lì a poco, i partiti iniziano a trovarsi in difficoltà quando, con l’esplosione dei moti di protesta del ’68, non riescono a percepire le nuove istanze della società. Una società che, in Europa e in Italia, non è più quella uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, ma è profondamente cambiata.

L’esempio classico di sistema di partiti pigliatutto era quello degli Stati Uniti, secondo Kirchheimer. Ma queste trasformazioni non sono, ovviamente, istantanee. Si sarebbero manifestate con gli anni. Lo studioso, infatti, osserva anche come, in alcuni contesti, il nuovo modello trovi difficoltà ad attecchire a causa degli assetti tradizionali della società. Questo è il caso dell’Italia degli anni Sessanta, con una Democrazia Cristiana impossibilitata a far presa sulla parte anticlericale del Paese e un Partito Comunista che, nonostante le difficoltà, rifiutava di adattarsi a questa evoluzione.

Iniziano, tuttavia, a delinearsi le premesse della crisi dei partiti che avverrà, in tutta la sua forza, molti anni dopo, con le conseguenze che oggi possiamo osservare anche a livello locale, anche nel panorama politico strettamente bitontino.