La Politica, ieri e oggi/Tangentopoli. La magistratura all'attacco della partitocrazia

Anche a Bitonto si diffuse l'idea di una Prima Repubblica fatta solo di tangenti e corruzione

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Nel 1992 ebbe inizio il più grande terremoto politico dal dopoguerra, la “grande slavina” di cui parlò il più volte citato in questa rubrica Luciano Cafagna. Ci riferiamo a Tangentopoli, nome dato dalla stampa ad una serie d'inchieste giudiziarie che rivelarono un sistema di corruzione che aveva pervaso la politica e l'imprenditoria italiana. Note anche con l’espressione “Mani Pulite”, dal nome del fascicolo aperto dal pubblico ministero Antonio Di Pietro, quelle inchieste ebbero un fortissimo impatto mediatico, in un periodo in cui l’ostilità verso i tradizionali protagonisti della vita politica italiana era giunta al suo apice. Complici i fenomeni di corruzione, clientelismo, tangenti, voto di scambio. Fenomeni, questi, che, in un sistema politico che si era via via indebolito nel corso dei venti anni precedenti, erano diventati sempre più rilevanti. Già negli anni ’80, inchieste giudiziarie avevano appurato diversi casi in cui erano coinvolti esponenti politici nazionali e locali. Fenomeni talmente rilevanti da arrivare a rappresentare l’intera Prima Repubblica, come dimostrano anche gli editoriali dell’epoca che apparvero anche sulla stampa locale. «Cinquant’anni di menzogne, di corruzione, di disonestà, di brigatismi, di montature» riporta un editoriale pubblicato sulle pagine del nostro periodico mensile nel dicembre 1992. Una narrazione populista e approssimativa che, tuttavia, ancora oggi è dominante. Come se 40 anni di storia italiana fossero stati solamente tangenti e corruzione.

Le vicende giudiziarie che diedero uno dei colpi di grazia (non l’unico) alla partitocrazia iniziarono nel febbraio ’92, quando Di Pietro chiese e ottenne un ordine di cattura per Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio ed importante esponente del Partito Socialista Italiano di Milano, colto in flagranza di reato nell’atto di intascare tangenti, dopo essere stato denunciato dall’imprenditore di Monza Luca Magni. L’arresto di Chiesa fu il primo di una lunga serie che coinvolse specialmente Partito Socialista e Democrazia Cristiana, Partito Socialdemocratico e Partito Liberale, mentre il principale partito d’opposizione, il Partito Comunista Italiano (nel frattempo sciolto e diventato Pds), fu coinvolto solo marginalmente.

Le indagini di Di Pietro, BoccassiniColombo e Borrelli, smascherarono numerosi episodi di corruzione ad opera di molti volti noti dell’imprenditoria e della politica di allora. Tutto ciò fu come benzina versata sul già esteso fuoco antipolitico. Le gesta del pool di “Mani Pulite” furono, infatti, salutate dall’opinione pubblica come una liberazione, in un clima teso che vide una delle sue manifestazioni più concrete nel lancio delle monetine verso Craxi, davanti all’Hotel Raphael di Roma. Una liberazione di quella “Italia prostituita alla mazzetta” come titolò un altro editoriale del “da Bitonto” nell’ottobre ’92.

Se da un lato quelle inchieste ebbero il merito di portare alla luce quei fenomeni che si erano ormai diffusi tra i partiti politici, dall’altro lato, tuttavia, ebbero un grande demerito che, forse, a tanti anni di distanza, dovrebbe essere riconosciuto. Senza fare completa chiarezza sulle cause, contribuirono a rafforzare quel populismo antipolitico che chiedeva la distruzione dei partiti politici e di tutti gli istituti di mediazione tipici della democrazia rappresentativa italiana. Si perseguì la corruzione senza capirne le cause. Senza comprendere che non era un effetto della forza dei partiti politici, ma della loro debolezza, di quella crisi che abbiamo sottolineato più e più volte nel corso di questa rubrica e che era iniziata già dalla fine degli anni ’60. Si attribuì all’esistenza stessa del sistema dei partiti la causa della corruzione, alimentando una narrazione antipolitica sempre presente, ma cresciuta tantissimo nel ventennio precedente. Complici di questa narrazione i media, in particolare, alcune trasmissioni televisive di successo, in cui a risaltare era sempre e solo lo scandalo in sé, l’indegnità morale dei vari politici, senza che ci si chiedesse cosa avesse portato a quella situazione. Senza che si riconoscesse che dietro quei fenomeni corruttivi, dietro a quella propaganda antipolitica, ci fosse una vera e propria crisi della democrazia. Si cavalcò l’indignazione per i fenomeni di corruzione, ignorando che non era assolutamente vero che la corruzione della classe politica in Italia fosse più diffusa.

Il risentimento antipolitico era diffuso in tutto l’Occidente ed era sia figlio della crisi dello Stato sociale, sia di un’operazione ideologica di screditamento degli istituti di mediazione (i partiti) e dell’idea stessa di welfare state. Operazione che, in Italia, fu più forte proprio in virtù della forza dei partiti e che era figlia di un sempre crescente neoliberismo che imputava allo Stato sociale di paralizzare le possibilità espansive dell’economia. Un sistema di partiti forti avrebbe potuto resistere a quell'onda distruttiva. Ma, ai primi anni '90, era tutto tranne che forte.

Mani Pulite annientò quel minimo di legittimità che avevano i partiti politici, rendendoli ormai esanimi, in attesa dell’ennesimo colpo di grazia dell’anno successivo, il referendum per l’abolizione del maggioritario e del finanziamento pubblico. Per dirla con un famoso detto, “si gettò il bambino con l’acqua sporca”. Anzi, si gettò solo il bambino, i partiti politici, perché l’acqua sporca, la corruzione, sopravvisse al tracollo della Prima Repubblica e, anzi, ne uscì addirittura rafforzata, in mancanza di partiti strutturati.